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Jun 6, 2018 | Publisher: Rete Ambientalista Al | Category: Other |   | Views: 272 | Likes: 12

1 MEMORIA DI REPLICA IN CORTE DI ASSISE D'APPELLO DI TORINO Lino Balza Se fossi giudice o giurato, la notte prima della sentenza, probabilmente qualche indecisione mi resterebbe sulle esatte entit delle reclusioni. Ma non sul reato di dolo. Sul dolo non pu sorgere il minimo dubbio: gli imputati erano pienamente consapevoli di quello che hanno fatto per anni, e l'hanno fatto per lucro. Non meritano attenuanti. Io non sono qui, in Corte di Assise d'Appello, per soldi o per vendetta. Dalla sentenza a me non entrer in tasca neppure una lira. E neanche per vendetta, perch sono convinto che nessun condannato andr in galera: o per et o per prescrizione o perch nei Caraibi. Sono qui per chiedere un po' di giustizia per le vittime. Per ricordare che nel processo non sono protagonisti articoli del codice agitati e mescolati da toghe, bens donne e uomini in carne ed ossa. Donne e uomini vittime nel loro ambiente di vita e lavoro: malate/i e morte/i nel passato nel presente nel futuro. Malattie e morti provocate con dolo, dolo cosciente non colpa, provocate da uomini anch'essi in carne e ossa. Da una parte innocenti che pagano, dall'altra rei che non hanno ancora pagato. Il vescovo di Casale Monferrato Alceste Catella, anch'egli scandalizzato della assolutoria sentenza Eternit 2 della Cassazione, ammon: "Se si ammette che il diritto un mezzo e la giustizia un fine, ne consegue che non si pu fare diritto senza sapere quale sia il fine di quel fare. Per questo un giurista, il quale non sappia, o non cerchi di sapere, cos' la giustizia, come uno che cammina con gli occhi bendati Senza giustizia, cosa sono gli Stati se non una societ di ladroni?" (Sant'Agostino). La condanna non vendetta. Il perdono altra cosa dall'assoluzione. L'assoluzione non giustizia. Di quelle migliaia di vittime, alcune centinaia sono entrate come persone offese in questo processo, ma nessuna sar mai risarcita. La salute non merce in vendita, non esiste equa misura di risarcimento, la salute non risarcibile, mai a nessun prezzo. Di quelle centinaia di persone offese inserite nel procedimento, 26 sono state riconosciute parti civili con risarcimenti per "metus", paura, ansia, angoscia. Ad esempio. In primo grado, per le sue 15 parti civili, l'avvocata di Medicina democratica aveva chiesto risarcimenti per un totale di 2.848.450 euro, come fosse quantificabile la leucemia di un bambino e il tumore dell'operaio morto. Secondo propri criteri di esclusione, accettati dall'avvocata (che perci ho revocato), la Corte di Alessandria ha riconosciuto solo a 6 delle 15 vittime 60.000 euro, 10mila a testa tra cui il sottoscritto. Qual la misura equa di risarcimento per "metus"? 10.000? 20.000? 50.000? 100.000? C' una sua proporzione con l'entit della condanna? Ad ogni modo, il "metus" per il mio tumore non risarcibile, n con 10mila n con 100mila. Ho chiesto in Appello le 100mila valutate dall'avvocata in costituzione di giudizio in primo grado perch saranno interamente devolute in beneficenza per Casale Monferrato alla "Ricerca per la cura del mesotelioma", come gi avviene con i miei libri. Mi permetto perci di insistere nei confronti di Giulio Ponzanelli, avvocato di Solvay che nega il diritto. Dato che "la costituzione di parte civile produce i suoi effetti in ogni stato e grado del processo" (art. 76 comma 2), che il giudice di appello tenuto a citare la parte civile (art. 601 comma 4) e che se l'appello stato proposto dal pubblico ministero contro una sentenza di proscioglimento il giudice di appello pu pronunciare condanna "e adottare ogni altro provvedimento imposto o consentito dalla legge" (art. 597 comma 2 lett. a e b), appare corretta l'affermazione che, "quando pronuncia sentenza di condanna", il giudice di appello deve decidere "sulla domanda per restituzioni e il risarcimento del danno", anche se la parte civile non ha proposto impugnazione (artt. 538 comma 1 e 598 c.p.p.). [Corte di cassazione Sezioni Unite penali Sentenza 10 luglio 11 settembre 2002 n. 30327]. Mi permetto di insistere con forza perch, ripeto, non c' interesse personale: neppure un euro di risarcimento finir nelle mie tasche. Perch dunque Lino Balza presente in Corte di Assise d'Appello? Per ricordare che se in questo processo ci sono le vittime irrisarcibili- ci sono anche i colpevoli, colpevoli di dolo. Sono un cittadino comune, oggi parte offesa e domani magari giurato, non sono un giureconsulto abile a disquisire di articoli penali, ma sono una persona da 50 anni molto molto informata dei fatti e sono arciconvinto di fornire il mio contributo a dimostrare il dolo per ciascun imputato. dottor Jekyll e mister Hyde Che, per tutti gli imputati, sia dolo: paradossalmente lo dimostra la stessa sentenza assolutoria di primo grado redatta "alla dottor Jekyll e mister Hyde". Infatti la sentenza per larghissima parte dimostra, con puntigliosa analisi della vicenda storica all'origine del procedimento, dei dati di indagine e del percorso dei contaminanti, del modello idrogeologico del sito, dimostra che la falda della Fraschetta, tanto quella superficiale che quelle profonda, per chilometri a monte addirittura dello stabilimento di Spinetta Marengo e fino al fiume Bormida, senza soluzione di continuit fra Ausimont e Solvay, fortemente e in progresso 3 inquinata (o avvelenata? n.d.r.) da un cocktail di sostanze tossiche e cancerogene immesse nel passato e/o nel presente dall'industria chimica, "con concentrazioni superiori ai valori di soglia di parecchie decine di volte, di centinaia di volte, talvolta anche di migliaia di volte" (sic in sentenza). La Corte dimostra inoltre, documentalmente, che i dati del grave inquinamento (avvelenamento) erano conosciuti tanto da Ausimont che dalla subentrante Solvay, anzi nascosti agli Enti pubblici, edulcorati, in doppia forma, contraffatti. Con altrettanta puntigliosit la sentenza analizza le cause dell'inquinamento (avvelenamento) della falda, conosciute e nascoste e contraffatte tanto da Ausimont che da Solvay: le discariche non autorizzate e gli stoccaggi tossico cancerogeni, le perdite di acqua di processo e di raffreddamento (300 mc/h), le perdite di rete fognaria, l'assenza di manutenzioni, il dilavamento e la percolazione anche delle acque meteoriche, l'alto piezometrico, quanto meno 800.000 metri cubi di terreno contaminato pari a oltre 1.150.000 tonnellate. E dimostra, tanto per Ausimont che per Solvay, che non solo l'inquinamento (avvelenamento) era conosciuto ma anche che dello stesso si ritardasse la bonifica con diversioni, menzogne, silenzi strategici, inutili pozzi barriere, il tutto equivalente a produrre contaminazione e ad aggravarla (sic in sentenza). Fino a questo punto della sentenza, la Corte di fatto ha dimostrato il dolo: "Alla fine di questa parte dell'esposizione, pu affermare che, a fronte di un sito altamente contaminato, fonte di grave inquinamento veicolato nella falda acquifera sottostante lo stabilimento e migrante all'esterno, potenziato nei suoi effetti di dispersione da ulteriori condotte attribuibili alla gestione industriale per l'esistenza di perdite che incrementavano il percolamento, la solubilizzazione, la lisciviazione dei contaminanti di cui il terreno era intriso, nessun reale e serio intervento stato compiuto, nel periodo di imputazione, per la rimozione delle fonti inquinanti (terreni contaminati), l'eliminazione delle perdite che cagionavano la diffusione delle sostanze tossiche, il contenimento del flusso della sua espansione verso l'esterno". Pi "dolo" di cos! Delitto doloso a danno della collettivit: Art. 439: "Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all'alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per consumo, punito con la reclusione non inferiore a ". Ma a questo punto della sentenza, dottor Jekyll e mister Hyde si scambiano le parti. Prevale il pregiudizio che la pena prevista dall'art. 439 estremamente severa. Troppo facile sarebbe applicare il 439 ad atti di istantanea natura politico-terrorista, quale quello del sabotaggio mediante versamento di veleno nelle condutture idriche. Altro coraggio giuridico ci vuole per condannare, finalmente in Italia, permanenti condotte imprenditoriali di avvelenamento doloso delle acque di falda, quando manca l'esibizione della "pistola fumante", cio il morto, anche se avvelenati e morti, lo sa bene la Corte, eppur ci sono, ma vanno ignorati perch non fanno parte del capo di imputazione, che l'avvelenamento delle acque di falda. Avvelenati e morti a cui questa sentenza non ha commisurato giustizia e risarcimento. Ma l'art. 439 non fu redatto per ipotesi di terrorismo. E oggi nessuno lo utilizzerebbe per atti di terrorismo, per il quale sono previsti specifici articoli. Dunque il 439 o non sar mai applicato in nessun caso oppure deve esserlo nel caso specifico di Spinetta Marengo. Invece il pregiudizio di eccessiva severit sanzionatoria ha portato la Corte di Alessandria, da un lato a formulare una interpretazione di questo articolo che, a tutela della salute pubblica, alla lettera chiarissimo quale reato doloso, e, dall'altro lato, a individuare in alternativa un reato pi lieve, colpa e non dolo, perch in coscienza indubitabile che il disastro ecologico di proporzioni immense c', "non solo rilevante ma difficilmente reversibile" (sic in sentenza), dunque sarebbe clamoroso contravvenzionare o 4 assolvere. Per bisognava bonariamente eliminare, sostituire la parola "avvelenamento", l'altro architrave insieme al dolo del capo di imputazione. Compito non facile in quanto la falda inquinata (avvelenata) qualificata espressamente "riserva idrica" dal Piano regolatore comunale e dal Piano di tutela delle acque della Regione, dunque trattasi di acque destinate all'alimentazione (destinate, art. 439). "Destinate" o "destinabili"? Malgrado uno slalom di citazioni, la Corte, elencando il numero dei pozzi privati e pubblici, conclude infine: "In conclusione. Poich molteplici sono le fonti di attingimento anche per uso alimentare dalla falda sottostante lo stabilimento e le zone limitrofe, la Corte afferma che l'acqua in esso [acquifero] contenuta era destinata (anche) all'alimentazione". E ancora: "Quanto all'attingibilit, baster evocare i pozzi della cascina Pederbona, investita in pieno dal pennacchio di contaminazione che fuoriusciva dallo stabilimento, pozzi che, durante tutto il periodo di imputazione, hanno fornito acque irrigue per le colture dell'azienda agricola e per l'abbeverata degli animali da latte, quindi per scopi strettamente connessi con la vita umana, anche sotto il profilo dell'alimentazione, sia pure mediata, attraverso i prodotti dell'allevamento". La Corte non ha dubbi: trattasi di "veleni" tossico cancerogeni, senza considerare che sono combinati in un cocktail con effetti sulla salute indubbiamente esponenziali. Dunque art. 439 !? Allora la sentenza si arrampica sugli specchi. Per il pozzo 8, destinato ai lavoratori e ai cittadini del sobborgo, scrive: "le concentrazioni di cromo esavalente e tetracloroetilene hanno superato" e non di poco! "anche i limiti del D.Lgs 31/01 sulle acque potabili"! ma nel contempo afferma che il rischio tossico e cancerogeno "accettabile". Il pozzo dell'acquedotto denominato Bolla, addirittura chiuso dall'Arpa,non farebbe testo perch i valori sono stati rilevati da "apparecchiature particolarmente sensibili" (sic). Per i pozzi privati che pescano per uso alimentare, i superamenti delle acque sotterranee sono definiti "modesti" e quindi il rischio "accettabile" degli effetti tossici e cancerogeni. E quando questi superamenti non sono "modesti" bens palesemente abnormi? Allora i pozzi privati vengono declassati a "pozzi irrigui" per colture e bestiame (chiss poi perch considerati non anche utilizzati per diretta alimentazione umana visto che non vi erano allacciamenti con l'acquedotto comunale?!). Sostituendo la dizione "avvelenamento" con "inquinamento", eliminato cos l'art. 439 severamente sanzionatorio, doloso, scartata anche la severa Legge Ecoreati, alla Corte viene all'uopo il solito art. 434: lieve reato di disastro ambientale innominato, colposo, applicabile perfino per l'acqua destinata al riempimento delle piscine: non occorre neppure provare il danno, basta il pericolo per la pubblica utilit. Conseguentemente alla volont di derubricazione, gli imputati principali, gli amministratori delegati, diventano ingombranti perch il reato di dolo emergeva volente o nolente da tutte le parti della sentenza. Che infatti scrive: "Tutti gli amministratori sapevano -e questo lo si d per scontato- che il sito presentava problemi di gravi inquinamenti". Se sapevano, allora dolo. A questo punto servono capri espiatori. A questo punto la sentenza introduce il concetto, anzi il principio di "delega": gli amministratori avrebbero delegato la gestione del disastro ambientale ai piani inferiori, a direttori e responsabili sicurezza: "Tutti gli amministratori sapevano ma non si pu affermare che essi avessero comunque il dovere di attivarsi e di risolverli, una volta che esisteva una struttura articolata e deputata alla gestione di questi problemi, prima di tutto attraverso il direttore di stabilimento e poi attraverso i responsabili della funzione ambiente"? E con quali soldi, di tasca loro!? Sui capri espiatori infine la Corte non pu infierire: lievi pene perch in fondo, scrive la sentenza, essi hanno "sottovalutato, trascurato, male interpretato tutti i segnali di allarme che si andavano manifestando da molto tempo, dall'inquinamento della falda profonda, all'espansione dei contaminanti fuori dal sito industriale senza segnalarli alle autorit in modo completo e chiaro, senza predisporre adeguate misure, senza [sic] proporre agli amministratori dell'azienda idonee azioni di 5 contrasto". Insomma, pi realisti del re, hanno imbrogliato il povero re. Lievi condanne compensate da adeguati stipendi ma che comunque i quattro in appello cercheranno di scrollarsi di dosso affermando che avevano funzioni meramente consultive, senza procure, senza poteri di spesa significativi. Non solo, malgrado la beneficenza di pena goduta, tenteranno anche loro di impugnare la diversa qualificazione giuridica della sentenza rispetto al capo di imputazione. La sentenza "dottor Jekyll e mister Hyde" frana definitivamente: un disastro ambientale di portata nazionale, storico, conosciuto da tutti, conosciutissimo dagli amministratori delegati che per esso avevano contrattato un forte sconto sul prezzo di acquisto (sic in sentenza), oggetto di interrogazioni parlamentari, di continue (e specifiche: sulle falde) denunce pubbliche per le quali Lino Balza viene licenziato, di lettere aperte di Balza via fax e sui giornali, un disastro ambientale che necessitava (e necessita) investimenti di risanamento miliardari, avrebbe dovuto per delega- essere risolto dai direttori con i quattro soldi della gestione ordinaria! La sentenza uscita dai limiti della logica: gli amministratori, Carlo Cogliati per Ausimont e Solvay, Bernard de Laguiche e Pierre Jaques Joris per Solvay, secondo strategia aziendale hanno deliberatamente scelto di minimizzare i costi e massimizzare i profitti, scelto di non investire miliardi per bonificare l'ambiente coscienti che stava addirittura peggiorando." Tutti gli amministratori sapevano -e questo lo si d per scontato". Ai sottoposti Guarracino, Salvatore Boncoraglio, Giorgio Canti e Giorgio Carimati non restava altro che completare le loro condotte omissive e commissive: compito svolto con particolare diligenza dolosa, sempre per soldi. Dolo insomma, dolo fortissimamente dolo. Non mi dilungo ulteriormente avendo pi diffusamente trattato nella mia memoria del 5 maggio 2014. Con assoluta completezza ha provveduto la Procuratrice Generale fornendo le indiscutibili prove dei capi di imputazione. Perch dunque Lino Balza presente in Corte di Assise d'Appello? Per ricordare che se in questo processo ci sono le vittime irrisarcibili- ci sono anche i colpevoli, colpevoli di dolo. Sono un cittadino comune, oggi parte offesa e domani magari giurato, non sono un giureconsulto abile a disquisire di articoli penali, ma sono una persona da 50 anni molto molto informata dei fatti e sono arciconvinto di fornire il mio contributo a dimostrare il dolo per ciascun imputato. Quanto scriver appresso, infatti, fa parte della mia testimonianza documentale resa il 5 maggio 2014 in Corte di Assise di Alessandria. 6 Carlo Cogliati Per la Procura Generale, Marina Nuccio chiede 17 anni per dolo. Per la sua assoluzione, Ausimont e Solvay hanno ingaggiato gli avvocati Tullio Padovani, Giovanni Paolo Accinni, Carlo Sassi e Carlo Baccaredda Boy. Infatti Carlo Cogliati stato, dal 1991 al 2003, sia presidente e amministratore delegato dell'Ausimont che della Solvay. Come amministratore Ausimont sarebbe innocente perch tutte le responsabilit sono della subentrante Solvay (Bernard de Laguiche, Pierre Jaques Joris, Giorgio Carimati). Come amministratore Solvay sarebbe innocente perch non contava pi niente rispetto a De Laguiche e Carimati. In ogni caso, secondo gli avvocati, sarebbe innocente perch tutte le responsabilit sono dei direttori e dei responsabili ambiente: Luigi Guarracino, Francesco Boncoraglio, Giorgio Canti e Giulio Tommasi. Nel gioco delle parti, Solvay accusa Ausimont e viceversa. Talvolta il gioco si fa duro: in primo grado Tullio Padovani reag pesantemente contro l'avvocato dei belgi, Luca Santa Maria, definendolo uomo di paglia, che ha raccontato storielle, novelle a veglia, una brutta fiaba, la favola di Cappuccetto Rosso (Solvay) e del lupo cattivo (Ausimont), una commedia degli errori, una farsa, con effetti grotteschi, un rosario di errori e omissioni, un castello costruito sul nulla, su scorie ed erbacce ecc. Nell'udienza in Appello, del 23 marzo 2018, Padovani stato pi soft. Legale di Edison, gli premeva affermare un circolo vizioso, per lui virtuoso, per tutti incomprensibile, secondo il quale Edison (Montedison) in questo processo non tenuta ad alcun risarcimento in quanto Ausimont non c'entra con Edison anche se Edison era l'azionista unico di Ausimont; tant' che Cogliati era "un semplice dipendente di Montedison retribuito da Ausimont", la quale per dal 1995 era autonoma da Montedison. Boh!? Sta di fatto che il Tribunale di Alessandria l'ha considerato Amministratore delegato sia di Ausimont che di Solvay, e l'ha assolto proprio in quanto amministratore delegato che a sua volta avrebbe delegato direttori e responsabili ambiente. Paradossale. In primo grado Padovani si lasciato sfuggire l'ammissione clamorosa, il segreto di Pulcinella: "Ausimont ha venduto a Solvay lo stabilimento contrattando un forte sconto dovuto alla pessima situazione ecologica." Chi fece da intermediario nella compravendita tra Ausimont e Solvay? chi contratt quel forte sconto con Bernard de Laguiche e Pierre Jaques Joris? Carlo Cogliati. Anche questa una prova di dolo, per tutti e tre. Mordendosi la lingua, Padovani allora ha sostenuto che Cogliati va comunque assolto perch il fatto non sussiste: la situazione ecologica non era poi cos pessima: "a Spinetta non c'era n avvelenamento della falda n disastro ambientale", "non c'era pericolo reale per la salute pubblica", "l'acqua era solo destinabile all'alimentazione", e non destinata come sbaglia a concedere la sentenza alessandrina. Insomma, "a Spinetta manca la catastrofe finale, tipo Vajont, ma c' solo la somma di piccoli eventi". Altro che art. 439, tuoneggia Padovani, qui non vale neppure l'art. 434 disastro innominato. "Piccoli eventi"? Obiettiamo: sarebbero forse "piccoli eventi" il cocktail di 21 sostanze tossiche e cancerogene in falda immesse nel 7 passato e/o nel presente dall'industria chimica, "con concentrazioni superiori ai valori di soglia di parecchie decine di volte, di centinaia di volte, talvolta anche di migliaia di volte" (sic in sentenza primo grado)? Prima di mordersi la lingua (per poi balbettare articoli su articoli), Padovani ha messo il dito sulla piaga: il presidente di Ausimont, Cogliati, avendo favorito il forte sconto, fu ricompensato con la riconferma a presidente di Solvay. Non dimentichiamo quanto io scrissi all'epoca sui giornali: "soffiandola alla concorrente americana Dow Chemical, Ausimont stata venduta a Solvay per appena 1,26 miliardi di euro (al lordo di 660 milioni di debiti pari a due volte il fatturato)". "Poco pi di un miliardo, un tozzo di pane, ma, con tutte le magagne ecologiche delle fabbriche (Spinetta, Bussi, Marghera ecc.), fu un prezzo congruo": scrissi allora, e non con il senno di poi. Carlo Cogliati conosceva la "pessima situazione ecologica", ma la conosceva cos pessima? La conosceva perch da anni la denunciava pubblicamente Lino Balza (Medicina democratica). Fu proprio Cogliati che, fra tante rappresaglie, licenzi Balza proprio per aver denunciato lo scempio ambientale di Spinetta Marengo, nonch anticipando le accuse di Tangentopoli. Il licenziamento del "sorvegliato speciale" Balza fu il culmine dell'escalation di rappresaglie: 23 udienze in tribunale, 7 cause in pretura, 4 in appello, 2 in cassazione, tutte concluse a favore di Balza ma piene di sofferenze: cassa integrazione, tre trasferimenti, mobbing, anni di dequalificazione professionale, di inattivit assoluta, oltre ad uno stillicidio di tentati provvedimenti disciplinari e vertenze minori e, dulcis in fundo, licenziamento. Il corollario furono querele, esposti, denunce, manifestazioni, scioperi della fame, incatenamenti, chilometri di firme di solidariet, titoli su titoli in giornali e tv. Il licenziamento si concluder in un rientro trionfale in fabbrica con sentenza in nome del popolo italiano. Ma non cessarono le rappresaglie (raccontate sul libro "L'avventurosa storia del giornalismo di Lino Balza"). L'annoso tormentone mediatico dei 10 punti rivendicati da Balza (Medicina democratica, Lega per l'ambiente, WWF, Comitati della Fraschetta) per l' Osservatorio ambientale della Fraschetta (vedi testimonianza Balza nell'udienza del 5 maggio 2014) era conosciuto a memoria da Cogliati, a cominciare dalla richiesta di bonifica dei veleni sotterrati che stavano percolando in falda. Quanto basta per affermare, al di l di ogni ragionevole dubbio, che Cogliati sapeva. Nessun teorema "non poteva non sapere". Sapeva perfettamente dal 1991, punto e basta. Dunque dolo. Dunque gli si attaglia perfettamente il capo di imputazione che condivide in diverse misure con gli altri imputati: 1) per essere gli imputati stati a conoscenza dell'esistenza di enormi discariche tossiche e cancerogene, illegittime e non autorizzate; 2) per aver omesso la manutenzione della rete idrica dello stabilimento provocando enormi dilavamenti delle sostanze inquinanti; 3) per non aver fatto il necessario per eliminare o solo ridurre l'inquinamento; 4) per aver avvelenato le falde sotterranee dentro e fuori lo stabilimento, nonch l'acquedotto di Alessandria, provocando gravi danni alla salute dei lavoratori e dei cittadini e dell'ambiente agricolo; 5) per aver direttamente somministrato acqua avvelenata a lavoratori e cittadini; 6) per aver omesso di segnalare agli enti pubblici il reale contenuto delle discariche e la reale portata dell'inquinamento sia del sito che delle falde; 7) per aver dolosamente errato e omesso e nascosto alle autorit i dati relativi alla esistenza e alla consistenza delle discariche, allo stato di contaminazione delle falde, alla omessa bonifica. 8 Lui raccontava a tutti (anche a me personalmente) che era sempre stato il primo della classe, dall'asilo all'ingegneria chimica, che aveva fato carriera perch delle fabbriche voleva conoscere tutto "bullone su bullone, camino per camino", a differenza di "quegli imbecilli raccomandati che mi hanno preceduto", "io mangio in mensa con gli operai e non come loro che andavano ai Due Buoi Rossi" (il ristorante pi "in" di Alessandria). Invece i suoi avvocati raccontano che si occupava di strategie mondiali, che non sapeva niente dell'Osservatorio, niente di discariche e inquinamenti cancerogeni, che neppure immaginava avvelenamento doloso e dolosa omessa bonifica, che gli avevano nascosto la catastrofe ambientale che ha annientato una delle pi grandi falde acquifere piemontesi tramite cromo esavalente e altri 21 veleni tossici e cancerogeni, oltre ad aver inquinato del teratogeno PFOA fino alla foce del Po. Poco ci manca che essi spergiurino che neppure conosceva Balza, e che l'ha licenziato per sbaglio. Cogliati compie 80 anni, non a rischio di galera. Va giudicato serenamente. Merita la condanna per dolo perch coscientemente ha immesso acqua al cromo nei rubinetti delle case e degli uffici, veleni nell'aria, perch deve essere costretto a ripensare la propria esistenza ripercorrendo i 20 faldoni di documenti e intercettazioni telefoniche che l'hanno inchiodato penalmente nel processo del secolo per Alessandria, magari prover vergogna per gli stratosferici emolumenti percepiti: pi che inversamente proporzionali alla proverbiale tirchieria aziendale soprattutto a scapito degli investimenti per l'ambiente e la salute dei lavoratori e dei cittadini. Forse prover rimorso per quei guadagni fatti sulla pelle della gente. Purtroppo i risarcimenti, se ci saranno, non perverranno dalle sue tasche, risarcimenti mai in grado di risarcire morti, malattie, scempio del territorio per gli anni a venire. La condanna gli enumerer una per una le discariche illegittime non autorizzate n denunciate, i veleni sotterrati che ancora oggi dilavano nella falda sotterranea avvelenando i pozzi privati e l'acquedotto di Alessandria a mezzo di cromo esavalente, arsenico, antimonio, nichel, cloroformio, selenio, DDT, fluorurati, solfati, idrocarburi, metalli pesanti eccetera. Forse si pentir di aver dolosamente nascosto agli enti pubblici la reale portata degli inquinamenti tossici e cancerogeni, e fatto nulla per eliminarli o soltanto ridurli, anzi, agendo con condotte delittuose per nascondere e falsificare documenti, analisi e dati ecosanitari. La condanna forse lo indurr al pentimento. Finora non c' stato segno di pentimento. Chiede l'assoluzione con formula piena, per non aver commesso il fatto. Si dichiara completamente innocente di aver cagionato tumori e malattie ai lavoratori e ai cittadini, agli animali e alle piante, scarica ogni responsabilit sugli imputati condannati e sugli impuniti nei decenni: politici, sindacalisti, amministratori, funzionari arpa e asl, magistrati. Infatti secondo Giovanni Paolo Accinni, nella sua arringa del 23 marzo, "Cogliati poteva non sapere". Perch "non ha mai gestito in proprio lo stabilimento di Spinetta Marengo, passava il 50% del suo tempo all'estero, in ciascuna fabbrica c'erano strutture responsabili, le quali non gli hanno mai prospettato progetti che lui abbia rifiutato". D'altronde che bisogno c'era? non c'era avvelenamento, neppure inquinamento, ma solo contaminazione, da punire con contravvenzioni pecuniarie e non con 17 anni di reclusione, l'esposizione zero non esiste, piccole dosi di arsenico servono per curare le leucemie. In proporzione, il cocktail di Spinetta era un elisir di lunga vita. Per confermare il concetto "contaminazione non avvelenamento", a sua volta Carlo Sassi non ha bisogno, come Accinni, di citare "Alice nel paese delle meraviglie Popper De Andr Pessoa Babbo Natale Senofonte Jalisse Socrate Kafca Cartesio Monet Aristotele Gaber Bush Sant'Agostino ecc.". Nella sua arringa del 28 marzo, a Sassi, che anche difensore di Salvatore Boncoraglio braccio destro di Cogliati, per convincere la Giuria pare sufficiente inventarsi che l'articolo 439 avvelenamento doloso- non applicabile nelle attivit 9 industriali, come se il legislatore l'avesse previsto per il tempo di guerra e terrorismo. Nessuna delle due ipotesi invece rientra nell'art. 439: Art. 439: "Chiunque avvelena acque o sostanze destinate all'alimentazione, prima che siano attinte o distribuite per consumo, punito con la reclusione non inferiore a " L'articolo 439 viene ritradotto da Sassi in questa maniera: "Chiunque terrorista avvelena acque o sostanze gi destinate all'alimentazione umana, prima che siano attinte o distribuite per il consumo". Insomma, dice Sassi insieme ai suoi colleghi, si ha avvelenamento non se si avvelena la falda destinata all'alimentazione bens solo per quella porzione di acqua "gi" immessa nell'acquedotto pubblico che "l umano" pu bere dai rubinetti (esclusi derrate e animali per alimenti che non bevono direttamente dai rubinetti). A prescindere dal fatto che dalla falda provengono anche le acque dei pozzi privati (come avviene per Spinetta), una enormit giuridica che Sassi e i suoi colleghi affermino che l'art. 439 NON DEVE essere applicato per delitti commessi in attivit industriali BENSI' solo in caso di attivit terroristiche. Se nel 1930 il legislatore (in assenza peraltro di emergenze terroristiche) avesse inteso di riferirsi ad un attentato terroristico (perch poi solo all'acqua e non anche all'aria o biologico eccetera?) avrebbe scritto chiaramente: "L'attentato di avvelenamento delle acque destinate all'alimentazione punito con la reclusione" Il legislatore invece stato chiaro "Chiunque avvelena", industriale o terrorista, chiunque!! La gigantesca falda acquifera della Fraschetta ieri, oggi, domani- tutta destinata all'alimentazione, a cos'altro? alla balneazione? Lo sa il terrorista e lo sa l'industriale. Lo sanno prima che le acque siano attinte o distribuite per consumo. Se avvelenano, lo fanno dunque coscientemente, lo fanno con dolo. Perch l'industriale dovrebbe godere dell'impunit? Perch la Magistratura dovrebbe garantirgliela ieri, oggi e domani? "Perch cos fan tutti" ha esclamato Carlo Sassi "ci sono almeno cento siti in Italia nelle stesse condizioni". Se le condizioni sono quelle di mezzo Veneto: c' poco da nascondersi dietro un dito: centottanta chilometri quadrati comprendenti 79 comuni a sud di Trissino contaminata dal Pfoa/Pfas della Miteni, fornitrice di Solvay a Spinetta. La Procura della Repubblica ha avviato procedimento e la Regione Veneto ha allestito un controllo medico di massa: novantamila persone, a fronte di una contaminazione che ha i connotati dell'epidemia: da 200mila a 450mila interessati lungo il bacino del Fiume Fratta Garzone. Lo screening durer dieci anni, ma i dati ci sono gi. Secondo i Comitati "Bisogna chiudere la Miteni e cercare una nuova falda d'acqua". Il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per i Pfas in Veneto, con la contestuale nomina di un commissario. A proposito di Pfoa, Cogliati e imputati l'hanno coscientemente scaricato in Bormida Tanaro e Po finch intervenuta la campagna nazionale denunciata dalla Sezione di Alessandria di Medicina democratica (Lino Balza). E' un'enormit giuridica che Sassi e suoi colleghi interpretino l'art. 439 non come tutela a fronte di un gravissimo reato doloso contro la salute pubblica, ma lo banalizzino come un attentato di lesione individuale, come di chi volontariamente immette veleni in acquedotto comunale. Quando mai un terrorista sarebbe giudicato in forza dell'art. 439 e non condannato per reati di omicidio!? Nelle loro arringhe, Giovanni Paolo Accinni e Carlo Sassi si sono "dimenticati"di spiegare come mai l'amministratore delegato Carlo Cogliati (con Boncoraglio, Guarracino e altri 7 dirigenti) gi stato 10 condannato, per avvelenamento colposo aggravato delle acque di falda e disastro colposo aggravato, dalla Corte di Assise d'Appello de L'Aquila per il processo gemello di Bussi sul Tirino (Pescara). Le 10 condanne sono condonate perch i fatti contestati sono tutti antecedenti al 2 maggio 2006, data dell'indulto del governo Prodi. Ma questa data, attenzione, non valida per il processo di Spinetta Marengo. L'Aquila non ha riconosciuto il dolo, mentre per Spinetta ci sono le prove. La Corte di Appello di L'Aquila ha ribaltato il giudizio dato in primo grado dal Tribunale di Chieti stabilendo che le acque sotterranee sono oggetto di tutela del reato di avvelenamento. In tal modo, ha commentato l'Avvocatura dello Stato, si delineata quindi una responsabilit che far anche giurisprudenza sia per la ricostruzione del reato di avvelenamento sia perch riattribuisce una responsabilit a capo di chi fa impresa. La Corte d'Assise di Chieti infatti aveva derubricato il reato in disastro colposo mentre la Corte d'Appello invece ha considerato provata l'esistenza del reato di avvelenamento aggravato delle falde acquifere e riconosciuto le aggravanti in merito al reato di disastro colposo: conoscenza dei rischi derivanti dai materiali sotterrati, del pericolo di inquinamento concreto per le falde acquifere. La Corte d'Appello ha ancora argomentato la sussistenza dell' elemento psicologico della colpa cosciente per il disastro (dunque colposo, aggravato), insomma una condizione psicologica per gli imputati riconosciuti colpevoli di poco al di sotto del dolo eventuale. Ha evidenziato come nel corso degli anni, nonostante i ripetuti allarmi sulla situazione ambientale, i vertici dell'azienda non abbiano adottato adeguate misure invece doverose. Riformando la sentenza di primo grado, la sentenza d'Appello ha cos stabilito il principio del risarcimento danno che viene coperto per adesso soltanto parzialmente dalle provvisionali: il conto successivo sar fatto in sede civile. L'obiettivo finale resta comunque la bonifica del territorio e l'applicazione del sacrosanto principio del 'chi ha inquinato paghi'. Sassi, con Accinni e Baccaredda Boy, era avvocato di Cogliati anche per il disastro di Chieti. Per Spinetta Marengo altrettanto convinto dell'innocenza: la bomba ecologica, per il periodo in cui imputata Ausimont, cio dal '95 al 2002, non peggiorata rispetto a prima, dunque non c' il reato di "dolo". Il peggioramento arrivato con Solvay: evidentemente Solvay ha lasciato precipitare la situazione fino ad arrivare allo scoppio del bubbone nel 2008. Per Cogliati addirittura neppure si pu parlare di "dolo eventuale". Per tre lustri "Cogliati non ha mai gestito lo stabilimento, era il direttore che decideva". Anzi, nel periodo (17 mesi) in cui ha coabitato con De Laguiche non contava pi niente se non lo stipendio, perci i responsabili dei misfatti e delle falsificazioni scoperchiati nel 2008 sono i magnati belgi. "Se manca l'elemento psicologico", conclude Sassi, "viene a cadere la fattispecie di dolo". Nell'arringa del 4 aprile, Carlo Baccaredda Boy, anche lui incurante di spiegare la condanna a Cogliati, Boncoraglio e Guarracino inferta per avvelenamento delle acque di falda dalla Corte d'Assise de L'Aquila nel processo gemello di Bussi, ha preferito mostrarsi di nuovo indignato con Solvay: Ausimont non ha mai nascosto a Solvay documenti e archivi compromettenti (archivio Parodi, archivio Canti, archivio Pace), glieli ha affidati in custodia. E dunque Solvay mente, dolosamente, a dire che non conosceva le magagne ambientali. Anzi, ha affermato Baccaredda, le discariche ovvero "gli stoccaggi provvisori in via di smaltimento", sono state consegnate a Solvay autorizzate controllate protette da argilla, insomma non pericolose. Qualcun altro, cio Solvay le ha poi rese tossiche e cancerogene. Ammesso e non concesso, ha detto Baccaredda, che le falde siano state inquinate dalle discariche (ipotizza che si siano inquinate da sole? N.d.r.), ci dipeso dalle disastrose produzioni precedenti il 1994 (in carenza di leggi e comunque prescritte) e dagli sversamenti seguenti al 2002 (cio ad opera di Solvay). Ausimont, per il suo periodo di competenza processuale 1995-2002, innocente come un bambino. Anzi, ha il merito in quel periodo di 11 aver fatto di Spinetta Marengo una specie di paradiso terrestre, poi, si sa, subentrata Solvay Baccaredda si mostrato di nuovo scandalizzato: cosa c'entrano dunque Carlo Cogliati (presidente Ausimont prima del 1995 e dopo il 2002) e i sodali Giulio Tommasi e Francesco Boncoraglio? Infine ha ammonito: non c' nessun avvelenamento doloso "al di l di ogni ragionevole dubbio", tutt'al pi adulterazione delle acque, ad esagerare: avvelenamento colposo, disastro s ma colposo. Altrimenti sarebbe in Italia la prima condanna ad una industria per avvelenamento doloso. A sgombrare il campo da ogni ir-ragionevole dubbio, Baccaredda ha avvertito anche questa Giuria: manca il movente. Manca il movente del dolo: Cogliati, come del resto tutti gli imputati, era in buona fede, era convinto di aver sotterrato e occultato migliaia di tonnellate di materiali inerti e non tossico cancerogeni, convinto che le reti idriche e fognarie non erano un colabrodo, convinto che l'acqua era buona, Cogliati insomma non un cattivo che avvelena l'acqua senza un movente. Sia fulminato chi pensa che il movente fosse il denaro, il profitto per l'azienda e il lauto stipendio per il dirigente. Sia fulminato, secondo Baccaredda, perch Ausimont si profusa in enormi investimenti per manutenzioni, soprattutto preventive, ha addirittura anticipato gli obblighi di bonifica, al primo posto c' sempre stata la tutela dell'ambiente e della salute, prima l'ambiente e poi la produzione. Le prove documentali della filantropia Ausimont ci sarebbero, ha accusato Baccaredda, ma la perfida Solvay (sottinteso: per vendicarsi del marcio stabilimento rifilatole) non le ha tirate fuori dagli archivi, anzi -con la complicit del PM- ha tirato fuori quelle avverse alla povera Ausimont, proprio quelle che Cogliati, Tommasi, Boncoraglio e gli altri imputati Ausimont ovviamente non conoscevano. Infine Carlo Baccaredda Boy, per Giulio Tommasi, il braccio destro di Cogliati (Cogliati era ambidestro) ha chiesto l'assoluzione invece della prescrizione: merito anche di Tommasi se in "Ausimont era cos alta la sensibilit ambientale" tanto che "in quel contesto storico Ausimont era all'avanguardia nella cura dell'ambiente e delle persone". Era talmente alta la sensibilit ambientale che Comitati e Associazioni rivendicarono l'Osservatorio ambientale della Fraschetta. Cogliati poi si dedic particolarmente alla cura della persona di Lino Balza, licenziandolo. 12 Bernard de Laguiche La Procura Generale chiede 17 anni per dolo Per la sua assoluzione, Solvay ha arruolato gli avvocati Giulio Ponzanelli e Domenico Pulitan Civilista nell'arengo dei penalisti, Giulio Ponzanelli si dichiara discepolo di Pulitan e per rispetto parla per primo, nell'udienza del 23 marzo. E' in veste di accusatore: parte civile contro Ausimont, a chiedere i danni ad Ausimont insomma. Succede anche questo. E' la prova, in questo processo, che, come in tutte le tragedie, al dramma delle vittime si alterna spesso la farsa dei protagonisti legali. Ponzanelli, in veste di accusa, ha chiesto i risarcimenti di Ausimont a favore di Solvay, dunque sparando palle incatenate su Carlo Cogliati, presidente Ausimont, che con pieni poteri prima avrebbe causato l'inquinamento e poi l'avrebbe nascosto all'ingenua acquirente Solvay. La quale, ancor pi ingenuamente, lo ha confermato presidente. Ma Ponzanelli soprattutto in veste di difensore di Solvay, e infatti ha chiesto di non condannare Solvay ai risarcimenti: neppure un euro agli Enti locali (e su questo sono d'accordo pure io) men che meno danni ambientali e neppure, signori giurati, risarcimenti alle parti civili, finti malati ed eredi di finti defunti, per finti avvelenamenti di inesistenti cancerogeni. Soprattutto, come anticipavo in premessa, niente a Lino Balza, anche se ha documentato i danni sanitari. Essendo tutti finti, a Ponzanelli non vanno bene neppure i 10mila euro per "metus", paura, paura di tumori, tutti abbiamo paura dei tumori, non c' mica bisogno di lavorare alla Solvay. Dunque neppure quelle 10mila indennizzate a 26 parti civili dopo la falcidia operata dal tribunale di Alessandria. Eppoi, secondo Ponzanelli, neppure sono giusti 10mila tutti uguali senza una valutazione equitativa di ciascun danneggiato (allora vanno bene i 100mila per Balza: insisto anche perch non sono destinati alle mie tasche). Essendo stato maestro di Ponzanelli, l'ottuagenario Domenico Pulitan non da meno a insulti alle persone parti civili. In primo grado ad Alessandria - agli atti- dalle lezioni cattedratiche ai giudici "chierici e laici" pass alle lezioni morali alle parti civili: si rivolse direttamente alle vittime, lavoratori e cittadini, ammalati ed eredi dei defunti: Umana solidale piet, ma non posso non esprimere tutto il mio disagio morale nei vostri confronti per le vostre (immorali) richieste di risarcimento, trascinati come siete stati da burattinai (immorali avvocati, immorale PM), qui in quest'aula a mettere in scena (immorali) teatrini del dolore, sceneggiate di vedove e orfani, recital di lacrime e sofferenze, per morti e malattie attribuite a Solvay per inesistenti esposizioni da ipotetiche acque avvelenate, malattie e morti inesistenti e inventate, attribuibili a cause naturali. L'ultra ottuagenario con una salute di ferro ammon: siete come i bambini che hanno paura di tutto; come quell'agguerrito Lino Balza che, da me interrogato durante la sua testimonianza, uno sketch, esprimeva preoccupazione non solo per la sua malattia ma addirittura a bere dal 2008 e per gli anni a venire l'acqua dell'acquedotto di Alessandria. Insomma uno "affetto da cancro per paura precauzionale". Lo "sketch", termine usato anche nell'udienza in Appello del 6 aprile, sarebbe la mia lunga testimonianza del 5 maggio 2014, rinvenibile agli atti, leggibile al capitolo "J'accuse" del libro Ambiente Delitto Perfetto o sul Blog https://rete-ambientalista.blogspot.it. E' il J'accuse, la prova del dolo. Non a caso, nella sua epica arringa Pulitan degn Balza (e il suo Blog da 2 milioni di accessi all'anno, seguito anche in Usa, Irlanda, 13 Ucraina, Russia, Singapore, Francia, Portogallo, Brasile, Germania) lo degn per quantit e intensit di citazioni, quale nemico numero due dopo il PM Riccardo Ghio. In effetti, nel corso di quasi due ore di testimonianza, Balza aveva dimostrato che De Laguiche non era imputato per la sola carica di amministratore delegato, n per il teorema "non poteva non sapere", bens perch "sapeva", sapeva degli arcinoti archivi "segreti" ad esempio, e delle denunce penali per i muri che trasudavano cromo dal suolo ad esempio, cio per la sua conoscenza diretta e documentata dell'inquinamento dello stabilimento di Spinetta Marengo, in particolare della falda acquifera sottostante: cocktail di 21 veleni tossici e cancerogeni. Tant', nel dicembre 2002 in occasione della discesa in pompa magna del magnate belga alla Confindustria di Alessandria, pasticcini e champagne, Balza gli aveva inviato tramite fax alla sede di Bollate una lettera aperta di denuncia ambientale che era stata anche pubblicata su tutti i giornali. S'il vous plait, ma questo "Balz" sempre quello l dj vu: non pu che aver chiesto all'omologo Carlo Cogliati che gli aveva venduto Ausimont dopo una trattativa internazionale di due anni puntualmente commentata da Balza sui giornali. E Cogliati non pu che avergli risposto: s, quel rompicoglioni, il "sorvegliato speciale" che da anni cerchiamo di buttare fuori, io stesso ho tentato di licenziarlo ma sono stato condannato. Parbleu, e ce l'ha sempre con il tormentone dell'Osservatorio ambientale della Fraschetta, inventato da Medicina democratica cio da lui. Eh gi. Appunto uno dei dieci punti rivendicati era (ed , nel 2018) proprio l'"Indagine idrogeologica: sui rilasci nella falda, gli impianti colabrodo, le colline innaturali, i depositi, le discariche illegali", i rifiuti tossici e cancerogeni, i depositi, le discariche, i rilasci in falda. Cio proprio l'origine dei capi di imputazione dell'attuale processo. Sulla conoscenza di De Laguiche di questa denuncia- rivendicazione ha glissato Pulitan nella sua arringa del 6 aprile: "La lettera aperta di Balza a De Laguiche chiedeva solo l'istituzione dell'Osservatorio ambientale della Fraschetta". Falso per due ragioni. L'Osservatorio non mai stato chiesto all'azienda bens ovviamente alle Istituzioni. Soprattutto dagli anni '80 lo storico documento con titolo l'Osservatorio ambientale della Fraschetta conteneva dieci punti di denunce ambientatali contro Ausimont-Solvay, tra cui l'oggetto degli attuali capi di imputazione. Laguiche o l'ha ritenuto una fantasia oppure se ne fregato. Difficile considerarlo una fantasia, dato che aveva provocato il licenziamento di Balza. La testimonianza della lettera aperta a De Laguiche una prova di dolo, appunto trascurata in sentenza di primo grado. Questo documento pubblico contraddice definitivamente la difesa di Pulitan, secondo cui Bernard de Laguiche avrebbe comprato nel 2002 Ausimont senza sapere nulla degli immensi inquinamenti, degli archivi "segreti", dei pesantissimi dossier e delle denunce presentate per anni da Balza, delle corrispondenti rappresaglie da lui subte per anni, dell'Osservatorio ambientale della Fraschetta. Ammettiamo per assurdo che sia cos. Ma, accidenti, a dicembre 2002 la mia lettera aperta non pu non averlo obbligato alla conoscenza dei fatti. E' dolo! Mente a sostenere che non sapeva nulla, neanche dai direttori da lui scelti, neanche dal suo braccio operativo Giorgio Carimati, fino a quando nel 2008, improvvisamente, glielo ha detto il Pubblico Ministero con un avviso di reato che Spinetta era una bomba e non una bomboniera ecologica. De Laguiche sapeva sicuramente nel 2002: un fatto. E prima del 2002 gi sapeva: una presunzione? Ma chi crede all'ingenuit di una multinazionale chimica che per oltre due anni avrebbe partecipato ad una asta internazionale senza setacciare qualunque pelo nell'uovo, soprattutto nelle criticit ambientali, se non altro per spuntare un prezzo inferiore (come avvenne)? All'atto della vendita nel 2001, come in aula confermato anche dall'avvocato Tullio Padovani, 14 il contratto previde che i costi ambientali, i costi di bonifica passati presenti e futuri sarebbero stati tutti totalmente a carico dell'acquirente Solvay. In compenso, la venditrice Ausimont avrebbe applicato uno sconto sul prezzo di mercato. Era durata a lungo la contrattazione, come avevo descritto a suo tempo sui giornali. Ausimont-Edison enfatizzava che lo stabilimento di Spinetta Marengo era una gallina dalle uova d'oro, faceva profitti stratosferici, leader mondiale in comparti fluoroderivati, con una ristrutturazione occupazionale praticamente gi conclusa con i soldi dello Stato. Da Bruxelles Solvay tirava sul prezzo ribadendo di aver accuratamente fatto analizzare gli enormi problemi ambientali della Fraschetta, di essere cio perfettamente a conoscenza degli "scheletri negli armadi"; insomma che lo stabilimento era una mela bella di fuori ma marcia dentro. E che la compiacenza ovvero l'omert ovvero la complicit degli amministratori locali non poteva durare in eterno: prima o poi si sarebbero dovuti spendere miliardi per le bonifiche. Tale era la gravit della situazione ecosanitaria (il capo di una multinazionale chimica conosceva anche l'indagine epidemiologica dei cinesi Zhang e Li per il cromo esavalente assunto mortalmente per via orale) che alla fine Solvay spunt la cessione per un tozzo di pane e continu a nascondere scheletri negli armadi. Fin che la barca va, tant que le bateau va, sospir Bernard de Laguiche. Quando i belgi di Laguiche e Joris nel 2002, al termine della lunga e complessa contrattazione, hanno comprato lo stabilimento bacato e conveniente, "sapevano" perfettamente, come tutti, dal primo cittadino all'ultimo operaio, meglio di tutti: come dimostrano la documentazione sequestrata e le intercettazioni telefoniche, sapevano questa drammatica situazione di inquinamento. Ecco che, piuttosto che estrarre i veleni dai terreni, piuttosto che estrarre i miliardi dalle loro tasche, hanno ordinato ai propri dirigenti di nascondere discariche e analisi e imbrogliare gli enti pubblici, cio commettere reati, scientemente, con dolo: proprio come segnano i capi di imputazione: "avvelenamento doloso delle acque e dolosa omessa bonifica". Ecco che poi, nel 2008, scoppiato il bubbone pubblico, avviato il procedimento penale, De Laguiche e Joris hanno proposto una bonifica finta a buon prezzo: una impossibile "sciacquatura" delle acque avvelenate prelevate dalla falda, come raccogliere con un cucchiaio l'acqua dal lago. Altri contenuti riguardanti De Laguiche, della mia testimonianza del 5 maggio 2014, sono stati trascurati dalla sentenza di primo grado. Oltre che per la famosa lettera aperta del 2002, ho testimoniato sulla conoscenza dell'ubicazione degli archivi: "segreti" agli enti pubblici e "riservati" ai dirigenti, contenenti le prove del dolo e poi sequestrate dal PM: "l'archivio Parodi" che De Laguiche dice di non aver conosciuto bench situato blindato a fianco del suo ufficio a Bollate, "l'archivio Canti" a Spinetta Marengo. Cos sul fatto che De Laguiche era a conoscenza delle denunce in Procura per i muri che trasudavano cromo esavalente dal suolo, culminate poi nel licenziamento di tre iscritti a Medicina democratica. Anche il licenziamento dolo. In compenso la sentenza attribuisce solo a me la testimonianza, che sta

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