acelormittal

Jul 23, 2020 | Publisher: Rete Ambientalista Al | Category: Other |   | Views: 12 | Likes: 1

"Prenderò qualche spunto dal dossier “L'impero Mittal” e cercherò di sviluppare e precisare in una prospettiva sistematica qualcosa che ne veniva fuori e che mi sembra interessante dal punto di vista teorico, cioè della riconduzione a certe categorie marxiane fondamentali. In una vicenda come questa di una grande industria, anche la pratica politica più immediata si presenta densa di una categorizzazione più generale, più universale. Il primo punto da cui vorrei partire è un punto che si evince con molta nettezza dal dossier: come comincia Mittal la sua attività? Prelevando aziende in crisi; la sua grande intuizione imprenditoriale è quella di comprare le aziende in crisi quando la domanda di acciaio cala e, a partire da ciò, procedere alla ristrutturazione o eventualmente rivenderle. Che cosa ci suggerisce questo modo di fare di Mittal? Che egli procede precisamente in una maniera classica, come ogni capitalista, ogni rappresentante del capitale, procede nella crisi così come Marx ed Engels l'avevano descritto nella pagina del Manifesto. Le crisi che cosa sono? Sono certo il terreno possibile di un rovesciamento rivoluzionario o di insurrezioni che lo preparano, ma anche un opportunità per il capitale, quando viene il ciclo di ripresa, di riaprire nuovi mercati a partire dalla invendibilità delle merci che determina la famosa crisi di sovrapproduzione che, come sempre, è sovrapproduzione rispetto ai limiti del modo di produzione capitalistico - Altro è se noi invece misuriamo la sovrapproduzione rispetto alla scala dei bisogni umani, cosa che può venire soltanto in una forma di società comunista. Quello che qui è molto importante, la prima cosa allora che vorrei sottolineare è il modo esemplare, con cui questo industriale al suo esordio si comporta come rappresentante di una legge classica del capitale. Ricordiamo che quando abbiamo a che fare con il capitale, abbiamo a che fare con un rapporto sociale che è sì agito dai singoli capitalisti ma che si presenta come un rapporto sociale complessivo, generale, separato dai suoi stessi attori. Mittal, come Bill Gates, come chiunque altro capitalista, rappresenta il capitale ma non è immediatamente capitale. Questa è una caratteristica del modo di produzione capitalistico, la sua impersonalità che si rappresenta in figure determinate. Certo, la storia personale funziona per l'attore come una risorsa, può funzionare per noi come uno strumento che ci facilita la comprensione, ma noi dobbiamo mettere in luce la figura sociale che Mittal rappresenta, che, conformemente al modo di produzione capitalistico, rappresenta una figura universale. E allora, se l'esordio di Mitttal, che avviene negli anni 90, ci esibisce in maniera chiara la legge di movimento della crisi del capitale, noi ora dobbiamo andare a individuare in maniera più specifica su quale crisi Mittal interviene, perché questo caratterizza più da vicino il significato di tutta la sua operazione. Siamo quindi nel passaggio tra il ventesimo e il ventunesimo secolo; e quale passaggio si consuma? Come si presenta il capitalismo alla fine del secolo? Nel passaggio dalla forma che l'aveva caratterizzato durante tre quarti del secolo ventesimo, e cioè l'intreccio profondo tra la grande industria capitalistica e gli Stati, i grandi Stati nazionali, a un’altra. La questione del nesso tra grande industria e Stato è questione caratterizzante, soprattutto a partire dagli anni 30, a partire dalla risposta che il grande capitale dà anche al grande ciclo di lotte operaie che c'erano state negli anni Venti e che attraverseranno sostanzialmente tutta la fase centrale del secolo ventesimo. Quindi, l’industria pesante diventa il nerbo del processo di industrializzazione, del grande processo di transizione dall'agricoltura all'industria. Che cosa crea il passaggio alla grande industria, e quindi spiega il ruolo dello Stato? La concentrazione e centralizzazione dei mezzi di produzione. Che cosa fa la grande industria? Crea il mercato mondiale. Ecco qui il Manifesto: “il passaggio dalla manifattura alla grande industria crea il mercato mondiale la cui potenzialità è data immediatamente nel concetto stesso di capitale, quindi il nesso circolare, l'azione reciproca di grande industria e mercato mondiale”. E nel discorso sulla questione del libero scambio Marx ci fa vedere molto bene questo passaggio. Marx lo disse all'Associazione Democratica di Bruxelles nel gennaio del 1848. Nella disputa tra protezionismo e libero mercato, diceva, alla fine vince il libero mercato perché anche il protezionismo - osservazione preziosa perché riguarda anche la contemporaneità - è un metodo per introdurre la grande industria in un paese, ma la grande industria crea il mercato mondiale. E allora vedete come l'industria di Stato, lo dico nel senso più lato del termine, produce la sua antitesi: mediante lo Stato si va oltre lo Stato e si va dentro il mercato mondiale. Questo è il primo momento che caratterizza tutto quanto il Novecento. Il secondo punto di grande tendenza e che sulla base di questa trasformazione che riguarda la produzione tradizionale, immediatamente materiale, di valori d'uso durevoli, il capitale comincia a sussumere sempre più ampie sfere di produzione, anche la sfera che chiamiamo immateriale, la sfera del lavoro intellettuale. Cioè, dopo avere aggredito completamente la base di ogni divisione del lavoro, comincia ad aggredire anche il lavoro intellettuale, che è “materiale” al pari del lavoro materiale in senso stretto. È la rivoluzione informatica che ci sarà negli anni 90. Ma essa è la conseguenza del circolo che si crea tra grande industria e mercato mondiale. E allora, come si presenta la multinazionale? Si presenta come una forma più elevata dello Stato quanto a centralizzazione dei mezzi di produzione, cioè la stessa centralizzazione statale dei mezzi di produzione tentata nelle sfere dell’industria pesante produce il mercato mondiale, come grande industria, e produce un livello più elevato di centralizzazione. Faccio un esempio: si dice oggi “nazionalizzare, ri-nazionalizzare le autostrade”, ma la Atlantia possiede un livello di centralizzazione dei mezzi di produzione, dei mezzi di costruzione del tutto superiore rispetto alla fase in cui lo Stato nazionalizzava le diverse società locali e regionali di energia elettrica. E per Stato qui intendo non l'idea dello Stato, che sarebbe la sovrastruttura, ma tutto l'apparato amministrativo con la sua base economica nel sistema di tassazione. Questo intendo per intervento dello Stato, non l’intervento della mistica entità che sta al di sopra della società, come vogliono, ahimé, anche molti nostri cari compagni “nazionalizzatori”. Qui per un movimento dialettico l'intervento dello Stato nell'economia, forma il mercato mondiale e la forma multinazionale come forma più avanzata di centralizzazione dei capitali. Questo è il nodo. Questo passaggio Marx ed Engels nel Manifesto lo avevano spiegato con molta chiarezza, quando dicono: “con grande dispiacere dei reazionari, la borghesia nella sua funzione rivoluzionaria rompe tutti quanti legami nazionali, tribali, locali ecc.”, e nel capoverso successivo aggiungono: lo Stato è una centralizzazione dei mezzi di amministrazione, cioè lo Stato qui assume tutto un altro significato rispetto a quello che la nazione assume; lo Stato porta verso l'universale ma, poiché è un universale solo ideale, perché la materialità del rapporto sta nella società civile, lo Stato come universale non ce la fa, cede subito di nuovo il posto alla società borghese, e cioè: la centralizzazione che lo Stato può fare solo idealmente diventa realtà dentro la società borghese. Vedete, a questo primo livello, chi è Mittal? È uno che ha una multinazionale presente in tutto il mondo, che agisce come capitalista globale, cioè agisce come rappresentante del mercato mondiale e Marx nei grundrisse aveva scritto: la tendenza a creare il mercato mondiale è data immediatamente nel concetto stesso di capitale. Dalla lettura del dossier, che in buona parte documenta gli sviluppi nel primo decennio del 2000, emerge subito Mittal come capace di rappresentare il mercato mondiale e, badate, rappresentarlo: quindi recitare nel “teatro” il ruolo di figura sociale del capitale anche se si presenta come l'indiano che fa la festa vegana alla figlia che ha casa ricca di marmi a Londra, che possiede un’isola ecc. Marx ce lo specifica in maniera precisa: a noi non interessa se il capitalista si presenta come asceta o come ricco. Uno può macerarsi come un monaco ma, dice Marx, rimane un rappresentante del capitale. Mittal può spendere quello che vuole per fare le feste ma se il plusvalore non viene convertito in forma congrua, il capitale tutto andrebbe a carte 48, e non sarebbe Mittal. E infatti Marx dice che nella trasformazione del plusvalore in capitale, una parte del plusvalore il capitalista lo crea non per proprio consumo ma per reinvestire. Qui il capitale è ascetico, predica il risparmio, predica la rinuncia per reinvestire il capitale. Mi permetto di dirlo per mettervi in guardia da una ipervalutazione della lettura delle dimensioni personali che pure nel dossier vengono descritte e sono interessanti. Cioè occorre spiegare bene agli operai che se la festa che Mittal dà è in assoluto un eccesso, nella misura in cui non osta la trasformazione del resto del plusvalore in capitale, Mittal è ascetico dal punto di vista del capitale. Sembra un paradosso ma concettualmente la cosa è così. Mi direte che una cosa di dettaglio su cui mi sto soffermando troppo, ma ci indugio perché questo elemento, contestualizzato in un discorso, potrebbe dare quasi l'impressione che siano i rapporti di distribuzione ad essere prevalenti su quelli di produzione e voi capirete che, in un clima di populismo, di clamore sulla riduzione di stipendi dei parlamentari, di tassazioni progressive che dovrebbero essere “espropriazioni”, vale la pena di sottolineare questo aspetto, riportandolo a questo punto teorico. Il punto che ho trattato finora è Mittal come capitalista mondiale, capace di rappresentare questa tendenza del capitale. Tuttavia, la tendenza del capitale a creare il mercato mondiale, che il capitale sia capitale nel mercato mondiale e che quindi la multinazionale superi gli Stati, non significa affatto che a ciò corrisponda uno Stato mondiale. Anzi, per il capitale sarebbe impensabile, impossibile, uno stato mondiale, per altro, come diceva Lenin uno stato mondiale sarebbe il socialismo quindi non sarebbe più uno Stato. Appartiene esattamente al carattere antagonistico della produzione capitalistica, cioè quello di essere diviso in classi, che il suo universalismo, dice Marx nei grundrisse, rimanga solamente ideale. Il capitale tende al mercato mondiale, tende all'universale, tende a superare gli ostacoli ma il fatto che li abbia superati idealmente non significa che li abbia superati realmente anzi, continua Marx, urta in una serie continua di contraddizioni ogni volta superate ed ogni volta poste fino a che il capitale non riconosce in se stesso la contraddizione che porta al suo superamento attraverso se stesso. La dialettica tra mercato mondiale e Stati, che si tratti di uno Stato continente come può essere la Cina o il Brasile o l'India o gli Stati Uniti, e uno stato come il Kazakistan o Bosnia-erzegovina, non cambia la contraddizione tra mercato mondiale la sua sovrastruttura politica che si dà in una pluralità di Stati. Questo ci porta al secondo passaggio del mio ragionamento. In un passo dei Grundrisse Marx dice che cosa è lo Stato: il sistema fiscale. Il sistema delle imposte, con tutto il legame con il debito pubblico, costituisce il nerbo dello Stato. D'altronde se voi sfogliate l'economia politica di Ricardo, Ricardo, che già sa che esistono le classi, dice: le tre classi che contribuiscono all'imposta sono quelle del capitale, della rendita Fondiaria, del lavoro salariato, da cui la famosa frase: senza tassazione non c'è rappresentanza. Vedete che il sistema fiscale è uno dei punti assolutamente cruciali e subito l'altro snodo per comprendere Mittal, questo intreccio tra l'imprenditore mondiale, rappresentante del mercato mondiale e i vari Stati. In tutto il dossier è continuamente ricordato in tutti i passaggi. In Romania, Kazakistan Bosnia-erzegovina, Stati Uniti ecc. c'è tutta una descrizione molto importante dell'intreccio tra questo imprenditore multinazionale e il sistema fiscale. È un punto importantissimo perché è qui che andiamo a capire la radice di tutti i conflitti ambientali. È la citazione vivente del progetto marxiano, del nesso tra Stato, sistema fiscale e mercato mondiale. Tutto il sistema delle agevolazioni fiscali hanno la loro radice in questo. È evidente che se Mittal si mette a pagare le tasse, i costi ambientali li potrebbe avere dallo Stato, anche come riflusso delle tasse che ha pagato, ma questo va a urtare sull’esigenza di ogni capitalista di ridurre i costi di produzione ed ecco tutto il gioco del braccio di ferro tra la multinazionale, l'imprenditore globale e il sistema fiscale statale. E qui, attenzione, le cose non stanno come sostiene per esempio l'operaismo, “l’impero oltre gli Stati”, come se lo Stato fosse un residuo del passato. Vedete che il sistema fiscale, con la sua base economica, ci fa vedere con assoluta chiarezza come esso è estremamente funzionale al mercato mondiale, con le sue contraddizioni ma anche con i suoi nessi. Quindi il nesso struttura-sovrastruttura a cui va pensato così. Cioè va pensato come nesso tra la società civile che diviene società civile mondiale, quindi diventa mercato mondiale, e la sovrastruttura statuale che mediante il sistema fiscale si intreccia fortemente con il funzionamento del capitale, come mercato mondiale. Se il capitale creasse un unico Stato, si negherebbe come capitale, cioè come rapporto antagonistico. Che cos'è lo Stato? È lo strumento di una classe per opprimerne un'altra. Vedete che anche quindi il problema del potere giudiziario, il problema delle inchieste, riguardano il funzionamento del sistema fiscale, il pagare le tasse, il non pagare le tasse; anche l'inquinamento ambientale, nella misura in cui tutto il problema nella posizione di Mittal rispetto all'ambiente si intreccia profondamente con il caratteristico risparmio capitalistico dei costi di produzione, con il problema fiscale, con il problema della tassazione, con i costi derivanti dalla tassazione. Ecco perché Mittal non guarda in faccia a nessuno, e qui incontriamo il problema India. A me sembra, dalla lettura del dossier, che egli è interessato all'India non perché sia il suo Stato di provenienza, anche se personalmente porta le stigmate nel comportamento individuale del sistema indiano, le caste ecc., ma perchè la “sua“ India è possibilità di investimento, rappresenta un'opportunità, dice il dossier, per l'industria Siderurgica, perché c'è un ampia popolazione, un basso consumo pro capite attuale, una domanda di acciaio in ascesa. I fattori chiave che attraevano la missione del gruppo in India erano i buoni prezzi, il vantaggio competitivo derivante da una forza lavoro qualificata, i ricchi giacimenti minerari, il sostegno politico a favore della Mittal Steel - sostegno politico che anche altri, sotto il ricatto dell'industriale che porta occupazione ecc., danno a Mittal. Chi si muove per ottenere che egli investa, come riporta il dossier? Il ministro del Commercio Nat, che scrive all'Unione Europea per caldeggiare l'acquisizione di Arcelor, il primo ministro Singh, che discute con l'allora presidente francese che premeva perché l'acquisizione non andasse avanti, dato che avrebbe messo in discussione i posti di lavoro in Europa. Ma ancora più chiara la cosa emerge a proposito del rapporto con l'Inghilterra nel famoso affare Blair: Blair interviene sul Governo rumeno affinché esso agevoli la trattativa della LNM di Mittal per acquisire l'industria rumena; e Blair interviene perché Mittal aveva finanziato la campagna elettorale del partito laburista. Vedete come è classico, vedete qui che avviene un rovesciamento paradossale, vedete l'ironia della storia, un tempo era l'Inghilterra, l'industria inglese che dominava sull'India, adesso, attenzione, non è l'India che domina sull'Inghilterra, è Mittal che tiene in mano l’India e l'Inghilterra. Questa è la novità del discorso ed è cruciale questo punto. Ogni discorso su nazionalizzazione o non nazionalizzazione dell'Ilva deve tenere presente questa premessa, sennò veramente si ragiona come se esistesse Babbo Natale. Vedete che è qui ci troviamo di nuovo dinanzi al nesso mercato mondiale-Stato. Un esempio chiarissimo è la vicenda Cleveland, dove con tutta tranquillità Mittal fa il suo comodo rispetto all'ambiente dinanzi alle leggi come quelle dell'Ohio particolarmente restrittive, e teniamo presente che lì ci troviamo dinanzi a un punto chiave, specie in quel periodo, dell'economia mondiale: di fronte a Cleveland c’è Detroit, c'è tutto un ciclo della produzione e riproduzione capitalistica e non c'è protezionismo che tenga. Altro punto. Mittal non guarda in faccia ai sindacati di qualsiasi genere, dovunque si trovino, anche il più opportunista dei sindacati. Perché, da capitalista classico, vuole arrivare lì dove vogliono arrivare tutti i capitalisti classici, alla contrattazione individuale, cioè allo scambio semplice tra possessore di forza lavoro e possessore di denaro come capitale e quindi non è la situazione degli anni de “l'imperialismo”, la creazioni di aristocrazia operaia, è proprio il capitale che si presenta nella sua più classica delle figure. Sono di quei cicli per cui si ritorna al punto di partenza, che è la forma merce come punto di partenza e punto di arrivo". Nella prima parte ho parlato del rapporto tra il capitale e il suo Stato, quindi tra mercato mondiale e il suo Stato, nella seconda vediamo le conseguenze di tutto questo sulle sorti della classe salariata cioè sulla sorte dei lavoratori. Prima però, alla luce delle osservazioni ampie che sono state fatte dagli interventi che ci sono stati, occorre una piccolissima integrazione sul primo punto. Quella triplice rappresentanza che realizza Mittal: mercato mondiale - nel suo duplice carattere di mercato mondiale e crisi - e rapporto tra un capitalista globale e gli Stati, in fondo la si può riscontrare non solamente Mittal ma anche in altre figure assolutamente emblematiche di settori di produzione che sono quanto di più opposto a quella dell'acciaio. Faccio gli esempi di Zuckerberg o Bill Gates, anche qui troviamo: mercato mondiale, capitalisti globali, intreccio con gli Stati; e sapete quanto le controversie fiscali stiano al cuore di tutte le loro vicende. Allora, vedete che, poiché si comportano allo stesso modo, il problema non è il contenuto materiale della produzione ma la sua forma sociale. Si comprende allora che è priva di senso la disputa se occorra più acciaio o meno acciaio, più produzione immateriale o meno immateriale, è una disputa del tutto astratta. Entro quale forma sociale? Questo è il punto! Entro quale forma sociale discutiamo di quanto acciaio occorra o di quanta informatica? Tutto il mio intervento mira a mettere in luce l'importanza della forma sociale e, a proposito appunto di sovrapproduzione, ciò che è sovrapproduzione nel capitale in un'altra forma sociale, nel socialismo, è base di un fondo di riserva e di accumulazione per i bisogni della popolazione. Di che cosa mai si parla discutendo in astratto? Tutto dipende sempre dalla forma sociale. E ultimissima osservazione, è mia conoscenza che a Bagnoli dopo lo smantellamento della produzione dell'acciaio, altro che postindustriale! Il divertimento, la “movida”, sta assumendo la forma di una caratteristica industria capitalistica, con i classici problemi dell'antagonismo tra capitale e lavoro salariato per ciò che riguarda non solo la giornata lavorativa ma la stessa questione ambientale. Quindi, vedete che è la forma sociale il punto che ci guida anche per quanto riguarda le osservazioni che avete fatto sulle nazionalizzazioni e sulla forma sociale entro cui le nazionalizzazioni avvengono. Veniamo adesso alle sorti della classe salariata. Parto dalla lettura di un brano del dossier: “La logica che ha sempre guidato Mittal nell'acquisizione delle aziende vale anche per l'Ilva: prendersi ciò che gli può servire dello stabilimento e buttare il resto, prima di tutto gli operai che non servono, comprarlo a pochi soldi e non impegnare i suoi per accollarsi il risanamento, fare un'operazione volta a bloccare la concorrenza di altri paesi”. Questo è ampiamente documentato soprattutto dalle parti del dossier sull’andamento di produttività del lavoro e occupazione. A Cleveland cioè si passa da un'occupazione di 15.000 a 1.500, e le cifre di Galati in Romania, sono più o meno dello stesso tenore. Nelle miniere di cui Mittal è anche proprietario, e quindi ha una doppia funzione: di capitalista e proprietario fondiario, incassa oltre i profitti in quanto capitalista, quella parte dei sovraprofitti che non entrano, per il sistema capitalistico, nella formazione dei costi di produzione ma diventano rendita fondiaria. Anche qui, scrive il dossier: “la strategia di riduzione dei costi che Mittal ha adottato in molte delle sue acciaierie e miniere mette a così a rischio la salute e la sicurezza dei lavoratori e di chi vive vicino ai suoi stabilimenti”. Che cosa sta facendo qui Mittal? Di nuovo si sta comportando secondo la legge più propria del capitale, quella della accumulazione capitalistica. Ecco qui ritroviamo la legge della sovrappopolazione relativa che è caratteristica del modo di produzione capitalistico. Qual è il primo mezzo del capitale per l'accumulazione? Attenzione, non per la produzione del plusvalore e basta, ma per quella produzione del plusvalore che serve all’accumulazione, cioè alla trasformazione del plusvalore in capitale. Il primo mezzo di produzione è la popolazione di disoccupati, che, attenzione, è un “mezzo di produzione”, questo è importante sapere. Ecco perché la sovrappopolazione relativa è creata dal capitale perché mediante la pressione dei disoccupati sugli occupati, mediante la concorrenza tra occupati e disoccupati, è possibile aumentare la massa di lavoro senza aumentare la massa di operai. Vedete che anche qui Mittal agisce in maniera proprio da manuale, secondo la legge dell'accumulazione. Insisto tanto su questo perché effettivamente è molto importante per la lotta. Perché, malgrado tutte le difficoltà, malgrado il fatto che sia ancora lungo il cammino per creare un'organizzazione. ecc., il capitalismo della globalizzazione sta esibendo le sue contraddizioni più caratteristiche, cioè quelle della sua fase più avanzata, quelle in cui il capitale stesso scopre di essere in contraddizione con se stesso. Ne abbiamo parlato a proposito di “lotte di classe in Francia”, di quel lavoro della talpa che si spinge fino al punto di semplificare la contraddizione, di esibire la contraddizione centrale, che è quella tra capitale e lavoro salariato. E questo lo vediamo paradossalmente proprio attraverso quella questione che sembra la più neutra, proprio la questione ambientale. Data questa premessa, Mittal si comporta da coerente capitalista, applica la legge dell’accumulazione capitalistica. Allora il problema degli esuberi è la declinazione della creazione della sovrappopolazione relativa come primo mezzo di produzione. Questo ci consente di fare una critica scientifica coerente alla situazione che è così descritta nel dossier: “un'importante problema deriva dai rapporti di forza squilibrati tra società e governi. Nella maggior parte dei casi i decisori governativi sono riluttanti a fare pressioni significative su Mittal perché migliori i propri standard dato che i suoi stabilimenti impiegano un gran numero di persone ed è spesso il principale datore di lavoro dell'area”. Qui ci troviamo dinanzi a un problema che tutti quanti riconosciamo subito: lavoro o ambiente, la falsa contrapposizione. Questo è il secondo dei nessi importanti tra il capitalista globale e lo Stato. Ritorniamo alla legge della creazione della sovrappopolazione relativa perché è alla luce di questa che si comprende quanto questa modalità di presentare il problema sia ideologica, e quindi mistifichi. Che cosa produce la sovrappopolazione relativa? Essa è un prodotto del rapporto tra capitale costante capitale variabile; cioè con il progresso dell'accumulazione cresce il capitale costante, può aumentare anche la massa di lavoro richiesta dall'aumento dei mezzi di produzione, ma la media a cui cresce il valore dei mezzi di produzione è superiore alla media con cui cresce capitale variabile. Cioè aumenta la massa di lavoro ma non la massa e dei lavoratori. Perciò la formulazione classica “il capitale con la grande industria porta lavoro e molto lavoro” è inoppugnabile. Il capitalista dà lavoro, ma quanto lavoro? Che significa che dà lavoro? Significa che simultaneamente, dialetticamente, richiede meno lavoratori. Vedete tutto l'equivoco è dato dalla confusione, che fa già l'economia classica, da Riccardo in poi, tra lavoro e forza lavoro. L'aumento della massa di lavoro non significa aumento dei lavoratori. È del tutto mistificatorio ma è perfettamente comprensibile come ideologia del capitale. Diventa, purtroppo, incomprensibile quando la cosa diventa coscienza operaia o coscienza delle popolazioni anche tramite le loro organizzazioni, fossero anche le più ufficiali. Cioè abbiamo una non conoscenza, che non è casuale, della legge fondamentale, la più importante, dell'accumulazione capitalistica, dopo quella del plusvalore e accanto a quello della caduta tendenziale del saggio di profitto, della creazione della sovrappopolazione, che occulta la differenza per cui l'aumento di lavoro non è aumento dei lavoratori. E anche qui Mittal si comporta in modo assolutamente classico. Questa enunciazione ci porta al problema dell'ambiente. Come mai, come lamenta il dossier, gli Stati danno un sacco di fondi per l'ambiente, fin dagli anni 2000, ma non se ne fa nulla? Tutto il dossier è articolato per documentare come questo si ripeta in tutte le situazioni. Che cosa dice Mittal? e anche questa è una argomentazione classica. Mittal dice “ Sì, io investo per l'ambiente però i tumori non dipendono solamente dalla fabbrica, hanno tutta un'altra serie di cause rispetto alle quali io non so che possa fare”. Disloca la questione su altre cause. Perché il ragionamento possa essere rigoroso dobbiamo procedere attraverso l'ipotesi, assumere in parte anche che l'inquinamento possa venire non solo da una grande industria ma anche da altrove. Questo però non risolve assolutamente il problema. Perché cosa avviene dentro la fabbrica? Avviene qualcosa che ci permette di dislocare la questione dell'ambiente dalla questione generale, per cui non è l'industria ma è il capitale che inquina, che è giustissimo, e di concentrarla precisamente sulla questione interna alla fabbrica, che è la questione a della giornata lavorativa e della giornata lavorativa normale. Io cerco ora di riportare la questione ambientale alla questione della giornata lavorativa, dentro la fabbrica. Nel primo libro del capitale c’è quello scontro che Marx mette in scena tra capitalisti e lavoratori sulla questione della giornata lavorativa. Che cosa chiede il capitalista al lavoratore, avanzando il suo diritto di consumatore? Dice: “la merce che ho comprato, cioè la forza-lavoro, l'ho comprata esattamente per la sua qualità merceologica - cioè il suo valore d'uso, non il valore di scambio, il suo valore d'uso che non attiene solo al modo di produzione capitalistico ma tutti i modi di produzione da che l'uomo è uscito dall'antropofagia - e cioè quella di produrre più prodotti di quanti basterebbero a reintegrare i sui mezzi di sussistenza - il pluslavoro, che non è invenzione del capitale. L'ho comprata per questo. E che cosa ho pagato? Ho pagato al giusto prezzo la tua forza lavoro proprio in quanto mi dà questo prodotto, questo valore d'uso. Quindi, se tu lavoratore chiedi di potere lavorare meno, allora mi derubi”. Risponde il lavoratore: “Tu, e non sto parlando alla tua persona, tu puoi anche essere in odore di santità ma ciò che tu rappresenti so che non ha cuore, anzi in essa batte il palpito del mio cuore. Parliamo di affari, tu hai ragione, e io non voglio negartelo, te lo voglio dare un pluslavoro - cioè un lavoro superiore - so bene che tu l'hai comprata (la mia forza-lavoro) per questo. Ma, se tu avanzi il tuo buon diritto di consumatore, io avanzo il mio buon diritto di produttore, quindi di venditore. Se tu sei il compratore che vuole consumare produttivamente la mia forza-lavoro, mi devi dare la possibilità di reintegrare questa forza-lavoro. Se tu me la massacri con una giornata lavorativa infinita, io non la posso rivendere integrale. Facciamoci due conti: mettiamo che una forza lavorativa media duri 30 anni e che tu la paghi un euro al giorno, qual è la frazione? 1/365x30 = cioè 1/10950. Ma se tu la forza-lavoro media la dilapidi in 10 anni invece che in 30 anni, facciamoci ancora i conti: tu mi dai la stessa paga di un euro x 365x10 = 3650. E allora chi è che deruba?” Qui, dice Marx, si vede chiaramente che ci sono due eguali diritti da un lato il diritto del compratore capitalista dall'altro quello del venditore lavoratore. Diritto contro diritto, tra i quali diritti decide la forza. La lotta per la giornata lavorativa normale è quella che attraversa tutta la guerra civile di classe nella lunga storia del modo di produzione capitalistico moderno. Che cosa significa lotta per la giornata lavorativa normale? Come ha detto il lavoratore al capitalista, non importa che brava persona tu sia, tu rappresenti il capitale, rappresenti una classe e io rappresento un'altra classe. Questo è il nodo del problema: significa che, cito a memoria: la lotta per la giornata lavorativa, in uno stadio in cui il capitale ha raggiunto una fase avanzata, dimostra senza eccezione che l'operaio, il quale voglia lottarvi singolarmente, cade senza resistenza. mentre è una lotta che vede classe contro classe. Ecco allora il problema dell'ambiente, che sia la nocività della fabbrica o l'andamento della media dei cancri che venga da non so quale altra condizione, tutte queste concause che fanno? Dilapidano la forza lavoro dalla sua media durata di 30 anni alla durata di 10 anni. Questo è il nodo. Ecco perché la lotta ambientale è parte integrante e sostantiva di quella che è la madre di tutte le lotte operaie, la lotta di classe sulla giornata lavorativa normale che è il cuore del cuore dei cuori. Quindi la battaglia ambientale, vista in questa prospettiva, è l'hard core di tutta quanta la questione della giornata lavorativa. Questa è una declinazione che inchioda al muro l'argomento “la nocività non viene dalla fabbrica ma da fuori”. Dovunque provenga e chiunque debba risponderne, il Comune, la Provincia, un l'altro capitalista o chicchessia, entra nei nostri rapporti sulla giornata lavorativa. Si rivela qui, e mi sento di dirlo con molta forza, estremamente fallace la tesi degli ambientalisti che dicono “la soluzione è spostare la produzione, riconvertirla, invece di acciaio produciamo altro”. Non perché in astratto non si possa produrre altro, ma vale il discorso che acciaio o immateriale che sia la produzione, conta entro quale forma di società la si produce. Se il problema si potesse risolvere con la riconversione, seguiremmo filo filo il discorso di Mittal, che dice non dipende da me, significherebbe deresponsabilizzare il capitalista da una questione che lo riguarda in prima persona, la questione sostantiva, cruciale, della giornata lavorativa. Se per ipotesi a Taranto i problemi ambientali provenissero da altra fonte, la questione riguarderebbe comunque Mittal in prima persona, perché riguarda quella dinamica interna che ho detto. Mittal dice che fa il possibile sulla fabbrica ma, anche a volergli credere, il problema non è risolto. La questione è interna, sostantiva, della fabbrica. Anche se sei un capitalista che rispetta l'ambiente, il punto è l’impatto sulla giornata lavorativa. Marx nel terzo libro del capitale dice che quando il plusvalore prodotto deve essere realizzato, il capitale merce deve essere venduto, e questi sono due processi molto diversi perché la produzione del plusvalore dipende dal grado di sviluppo della forza produttiva della società, la vendita, invece, dipende dalla capacità di consumo della società e nel capitalismo la capacità di consumo della società dipende dall’ineguale distribuzione dei mezzi di produzione nella società. Per cui, conclude Marx, anche se il capitale occupasse tutta la popolazione, che è anche teoricamente possibile, resterebbe sempre la contraddizione tra le condizioni in cui il plusvalore è prodotto e quelle in cui viene realizzato. Questo porta il capitale in contraddizione. Allora la lotta a mio avviso va posta su questo livello. Ecco perché la giornata lavorativa è la chiave di tutte le chiavi. Veniamo ora al problema della forma di lotta. Potrebbe sembrare a prima vista molto strano che all'Ilva di Taranto appaia coerente e giustificato dire che la soluzione non è quella di chiudere la fabbrica e riconvertire la produzione ma quella di fare una bonifica radicale della fabbrica e del territorio, lasciando la fabbrica aperta, mentre ad esempio in India la lotta è affinché non venga devastato l'ambiente con l'impianto di una industria. Può sembrare a prima vista una contraddizione che non si risolve dicendo il capitale distrugge il lavoratore e la terra, perché rimane un’affermazione generica. Anche questa apparente contraddizione dobbiamo risolverla sempre con le leggi fondamentali della produzione capitalistica e con le sue contraddizioni. Il dossier riporta l'esperienza degli abitanti di 17 villaggi che hanno chiesto che le terre non fossero vendute per l'acciaieria di Mittal. “I terreni richiesti per il progetto sono suoli agricoli multi raccolto fertili e irrigati, la voce di queste persone è forte ed è probabile che non abbandonino facilmente le loro terre, il che sarà un problema sia per il governo dell'Orissa che per Mittal”. Io qui non entrerei nel merito delle linee politiche, voglio assumere come elementi di resistenza anche gli ambientalisti in America. Quale che sia la linea politica questa non agisce nel vuoto, avviene sempre con azioni di resistenza della popolazione, che esse vadano verso una prospettiva socialista o no. Il capitalismo, come dice Marx, non è un solido cristallo ma un organismo in movimento, e quindi è giusto che il dossier faccia una ricognizione di tutte le resistenze più varie, facendone una ricognizione si ha un quadro delle lotte che anche se non sono immediatamente lotte comuniste, danno il quadro della contraddizione. Anche da questo punto di vista il dossier è uno strumento che mi piacerebbe avere più tempo per rileggerlo, ritornarci, perché è un pò una miniera da cui si ricavano tante cose. Perché gli abitanti, che ne abbiano coscienza o no - attenzione, stiamo vedendo l'oggettività della lotta in sé non quella per sé, la sua potenzialità per dirla più semplicemente, che per il comunista è importante sapere per portare da “in sé” a “per sé”, per rendere consapevoli del vero motivo che ci sta dentro la lotte - hanno questa radicale opposizione così immediata? Perché i contadini, la popolazione della foresta che si oppone, hanno letto la Vandea, gli autori reazionari? Oppure perchè nascono cattivi, secondo la tesi dei reazionari? Ma è perchè potenzialmente, a prescindere dal grado di coscienza, comprendono che l'industria che viene non ha come obiettivo quello di dar loro lavoro o quello di soddisfare i loro bisogni, per il semplice fatto che non hanno avuto nessuna voce in capitolo per dire che si fa questa riconversione produttiva dalla agricoltura all'industria. E che cosa è in questione? Non l'industria ma la capacità di autodeterminazione, cioè la capacità di auto-emancipazione umana. È lo stesso problema della TAV. Il problema non è il treno veloce, il problema è sapere a che serve, quali sono le condizioni e se qui ci sono condizioni idonee a questo tipo di trasformazione. E che cosa decide l'idoneità delle condizioni o l'opportunità della condizione? I bisogni della popolazione. E siccome è popolazione umana, con il progresso i bisogni sono di sicuro universali, non particolari. In questione è il nodo tutto sociale, politico come forma sociale, di decidere del proprio futuro. Se vogliono costruire una ferrovia veloce solo perché il tempo di circolazione capitalistico deve essere ridotto, senza tenere presente tutto il contesto e le conseguenze, è chiaro che la popolazione si ribella, ma non perché sia oscurantista. Se si devasta la foresta dove l'agricoltura è una fonte rigogliosa di produzione, allora occorre capire se quello è un passo in avanti o un passo indietro, quando il problema sarebbe casomai quello di informatizzare l'agricoltura, non mettere l'industria. È chiaro che il valligiano, l'abitante della foresta, non sono consapevoli di questo, però questa è la potenzialità di quel ragionamento. È chiaro che il valligiano o l'abitante della foresta confondono tecnica e il suo uso capitalistico. Ci vorrà tempo ed esperienza, dice Marx, affinché gli operai - ma non vale solo per gli operai - imparino a distinguere tra tecnica e uso capitalistico, ma il compito non è quello di dare nuovi principi, ma di cavare dalla stessa lotta il suo stesso principio, cioè dove porta nel suo vero senso. Questo mi sembra il nodo del problema. Vedete che a questo punto non c'è contraddizione tra una lotta per mantenere la fabbrica perché significa mantenere l'occupazione, mantenerla in condizioni decenti, e la lotta degli abitanti della foresta; che significa: io voglio decidere della forma della produzione e quindi sapere se industria significa necessariamente acciaio in condizioni che non siano in contraddizione con la salute, o cambiare e industrializzare, tecnologizzare l'agricoltura. Ecco, questo è il nodo politico. È questo il punto che lega le due lotte apparentemente opposte a che vanno recate a quest'unico principio. Una società socialista che fa allora? Intanto, prima di venire al socialismo, le popolazioni della foresta impediscono che si costruisca qualcosa che li espropria della capacità di decidere in profondo del loro destino e i lavoratori che lottano perché invece si mantenga l’industria lottano perché possano decidere del loro destino, cioè un lavoro che mantenga la loro possibilità di vivere e vivere decentemente, anche di vendere la loro forza lavoro in condizioni umane, cosa che però poi il capitale non in grado di realizzare. Una società socialista che farà? Tutti questi stabilimenti sparsi nel mondo li centralizza e la produzione non è che diventa diventa immobile, in eterno a Taranto o in Bosnia-Erzegovina, ma la distribuzione delle produzioni, dei vari valori d'uso, vengono pianificati in base a bisogni umani. Perché il capitale non lo può fare? Non perché sia cattivo, ma perché, come ci spiega Marx nel discorso sul libero scambio, essendo produzione e consumo opposti, per il meccanismo che ho detto prima, la capacità di produzione dipende dalla forza produttiva della società, quella di consumo dipende dalla distribuzione ineguale dei mezzi di produzione, il Capitale persegue l'accumulazione, il profitto e non può fare diversamente. Allora, il problema non è distruggere gli stabilimenti là dove già ci sono ma di riorganizzarli, mantenerli o riconvertirli secondo bisogni umani.

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Movimento di Lotta per la Salute, l'Ambiente, la Pace e la Nonviolenza

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