Il gigante di lamiera interrompe un paesaggio di oliveti

Dec 5, 2019 | | Category: Other |   | Views: 21 | Likes: 1

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Il gigante di lamiera interrompe un paesaggio di oliveti, vecchie masserie e campi dove squadre di braccianti raccolgono i famosi meloni “gialletti” del brindisino. In località Cerano, una decina di chilometri a sud di Brindisi, la centrale Enel Federico II è il più grande impianto termoelettrico oggi operativo in Italia, 2,420 MW di capacità, e uno degli ultimi che funziona a carbone. Occupa 270 ettari di terreno con un groviglio di lamiera e tubi, due cupole biancastre che coprono i depositi di carbone e una ciminiera alta duecento metri, visibile fino una ventina di chilometri di distanza. Costruita alla fine degli anni ’80 del secolo scorso, la centrale di Cerano ha cominciato a produrre energia tra il 1991 e il ’94. Per quasi trent’anni ha plasmato l’economia di Brindisi. Ha anche modificato il paesaggio, cosparso la campagna di polvere nera, inquinato l’aria, danneggiato la salute degli abitanti e suscitato un forte movimento di cittadini contro il carbone. Oggi la centrale di Cerano continua a dividere la città, ma ormai la domanda è cosa succederà dopo il carbone. Infatti, entro il 2025 l’Italia abbandonerà questo combustibile, come stabilito dalla Strategia energetica nazionale varata nel 2017 dal governo Gentiloni e confermata dal successivo Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec) varato nel 2018 dal primo governo Conte. Nei prossimi pochi anni le nove centrali a carbone ancora attive in Italia andranno chiuse o riconvertite. Che ne sarà dell’impianto sulla costa pugliese? Nel maggio 2019 Enel ha chiesto di riconvertire quattro centrali a carbone in impianti a gas, e Cerano è tra questi. La proposta però suscita nuove questioni: come riconvertire un’economia che sul carbone si era strutturata? E come fare i conti con il danno ambientale e sanitario accumulato in tanti anni? Molti a Brindisi sperano che la fine del vecchio ciclo sia l’occasione per progettare un nuovo futuro tra industria, turismo e agricoltura. Il WWF ha avviato una consultazione con i “portatori di interesse” della città, dalle associazioni imprenditoriali ai sindacati, gli agricoltori e gli operatori turistici, e spera di suscitare un “laboratorio di idee”. Intanto, rimane il fatto che questo territorio è stato segnato in modo pesante dalla sua storia industriale. UN IMPIANTO INGOMBRANTE “Quando la centrale è entrata in attività, nei primi anni ’90, molte aziende agricole hanno chiuso e altre hanno continuato a lavorare a stento”, osserva Giovanni Ricupero, referente del Wwf a Brindisi, indicando i ruderi di vecchie masserie con la ciminiera sullo sfondo. Molti estirparono le vigne e se ne andarono, ricorda; qualcuno si ammalò. La grande industria era sbarcata a Brindisi molto prima, negli anni ’60, con gli stabilimenti petrolchimici affacciati sul porto: Montecatini, divenuta poi Montedison e poi Eni, insieme a una prima centrale termoelettrica Enel e tutto l’indotto, hanno formato una zona industriale più estesa della città stessa. Ma allora il Salento era un mondo rurale povero e arretrato. “Le fabbriche furono ben accolte, portavano lavoro e benessere”, spiega Ricupero. Nel momento di massima espansione la zona industriale di Brindisi dava lavoro a 15mila persone, 25 mila con l’indotto. “Ora il futuro dell’industria è incerto”, continua: “Mentre restano terreni contaminati e persone ammalate”. La nuova centrale Enel a sud della città non nasceva per la zona industriale, che aveva già i suoi impianti energetici, ma per alimentare la rete elettrica nazionale. Solo la convenienza economica spiega perché alla fine degli anni ’80 sia stato deciso di mettere un impianto a carbone sulla costa pugliese, quando era noto che si tratta del più “sporco” tra i combustibili fossili sia per l’anidride carbonica che immette nell’atmosfera per unità di energia prodotta, sia per le sostanze tossiche che genera, dagli ossidi di zolfo e di azoto alle particelle ultrasottili. Sta di fatto che la nuova centrale a Cerano ha esteso l’inquinamento industriale a una zona ancora agricola. I primi problemi sono sorti con il nastro trasportatore, spiega Ricupero. Il carbone arriva al porto di Brindisi via mare; per trasferirlo a Cerano fu costruito un nastro trasportatore lungo 12 chilometri e in buona parte incassato sotto il livello del terreno, un solco di cemento profondo 30 metri e largo una ventina. In superficie si notano le torrette di controllo, solo dove la strada provinciale scavalca il condotto si può vedere un serpentone d’alluminio che brilla al sole. Fino a pochi anni fa avremmo visto direttamente il carbone, perché il nastro è stato coperto solo nel 2015. E ciò significa che per circa venticinque anni ogni colpo di vento ha fatto volare polvere nera che si è depositata sui campi. A volte grandi piogge allagano il vallo; allora bisogna bloccare il nastro e per trasportare il carbone intervengono flotte di camion: anche questi disperdono polvere nera. Nel 2006 una prima ordinanza municipale ha vietato la coltivazione a uso alimentare nei terreni che costeggiano il nastro; il divieto è tuttora in vigore. “Il carbone qui l’abbiamo subìto”, commenta Adriano Abate, direttore di Confagricoltura a Brindisi, che incontriamo nel suo ufficio nel centro storico della città: “Quando è stata realizzata la centrale nessuno ha pensato a cosa avrebbe provocato”. Il divieto di coltivare non è neppure la cosa peggiore, aggiunge: “In fondo si tratta di 400 ettari, sui 150 mila ettari coltivabili della provincia di Brindisi. Ma il solco di cemento del nastro trasportatore ha interrotto la falda freatica, che qui è profonda cinque o sei metri. Il Salento non ha fiumi importanti, l’acqua sotterranea è essenziale. Interrotta la falda, i terreni tra il nastro trasportatore e il mare sono rimasti a secco, i pozzi sono asciutti, e questo è il vero danno: era la piana più fertile della zona”. RESPIRARE IL CARBONE Il carbone dunque è una costante, da quasi trent’anni: sui moli del porto, lungo il tragitto per Cerano. E nei depositi presso l’impianto, perché anche le grandi cupole biancastre a coprire i carbonili sono state ultimate solo nell’estate del 2015. Non stupisce che l’Agenzia europea per l’ambiente nel 2011 abbia definito Brindisi sud l’impianto più inquinante d’Italia e uno dei venti più sporchi d’Europa. Anni di polveri e di esalazioni tossiche pesano sulla salute dei brindisini. Numerosi studi nei due decenni scorsi hanno osservato “eccessi” di mortalità per alcuni tumori maligni e malattie respiratorie e cardiovascolari (per “eccesso” si intende il numero di casi in più riscontrati in una certa popolazione rispetto alla media regionale per le stesse malattie). Che questo sia da addebitare agli impianti industriali non è più una semplice ipotesi. Nel 2015 alcuni ricercatori del Cnr avevano stimato le morti “in eccesso” attribuibili al particolato sottile generato dalle centrali a carbone di Brindisi: fino a 44 ogni anno. Lo studio più ampio e complesso condotto finora è l’indagine epidemiologica del 2017 promossa dalla Regione Puglia con la collaborazione della Asl di Brindisi, l’Agenzia regionale per la salute e il sociale (AreSS Puglia) e quella per la protezione ambientale (Arpa), con il coordinamento del Dipartimento di epidemiologia della Regione Lazio. È uno studio “di coorte”, cioè ha considerato tutti i 224 mila residenti di Brindisi e altri sei comuni limitrofi esposti alle emissioni del petrolchimico e delle tre centrali energetiche del territorio: quella di Cerano, detta anche Brindisi sud, e i due impianti della zona industriale (Brindisi Nord e Enipower). Tutta la popolazione dunque è stata osservata tra il 1 gennaio 2000 e il 31 dicembre 2013; per ciascuno l’esposizione alle fonti di inquinamento è stata confrontata con i dati sanitari, ospedalizzazioni, mortalità. Come “traccia” degli impianti industriali i ricercatori hanno usato tre sostanze: l’anidride solforosa (SO2) e il particolato PM10 emessi dalle centrali a carbone, e i Composti organici volatili (Cov) del petrolchimico. “Così abbiamo valutato gli effetti sulla salute associati alle emissioni dei tre impianti”, spiega Lucia Bisceglia, medico e dirigente dell’AReSS Puglia: “Per alcune patologie, e in particolare per il tumore al polmone, possiamo parlare di un effetto causale chiaro”. Naturalmente il quadro delle emissioni nocive è cambiato nel tempo, osserva Bisceglia: “Il picco è stato intorno al 1997, per la centrale Enel di Cerano intorno al 2004”. Così analizzando il ricorso alle cure ospedaliere si osservano eccessi di rischio più marcati nel primo periodo considerato (2000-2004) per malattie respiratorie e cardiovascolari, mentre nell’ultimo periodo (2010- 2013) il rischio è diminuito, “anche se si osservano effetti residui, probabilmente per l’esposizione pregressa”. I ricercatori hanno inoltre confrontato i dati sulla mortalità e quelli sulla situazione socio-economica e la storia professionale, per concludere che il rischio aumenta nelle aree “economicamente più svantaggiate”. Che infatti sono le più esposte: basta guardare i condomini popolari a poche centinaia di metri dalle ciminiere dell’area industriale. “A Brindisi, a differenza di quanto succede a Taranto, abbiamo nel periodo dello studio una caduta drastica delle emissioni nocive, sia perché una delle centrali è ferma dal 2012, sia per interventi come la copertura dei carbonili e del nastro trasportatore”, fa notare Bisceglia. L’effetto è visibile: “Alla riduzione delle emissioni possiamo associare una riduzione del rischio”. Più chiaro di così. Lo studio infatti raccomanda di “adottare le migliori tecnologie disponibili per contenere le emissioni industriali”. Invece neppure questi studi, prova inconfutabile che le centrali termoelettriche mettono a repentaglio la salute dei cittadini, sono bastati a rimettere in questione il carbone a Brindisi “Ci sarebbero tutte le premesse per prendere misure sia per rimuovere le cause del rischio, sia per attrezzare le strutture sanitarie a far fronte all’impatto sulla salute pubblica: ma non vedo accadere né una cosa né l’altra”, commenta Maurizio Portaluri, oncologo a Brindisi (“sono un medico clinico, curo le malattie, ma non posso fare a meno di interrogarmi anche sulle cause” precisa). Se le emissioni si sono drasticamente ridotte, aggiunge, “è perché si è ridimensionata l’attività industriale, non certo per decisioni politiche o amministrative”. Vero: l’attività industriale è crollata, e così anche quella delle centrali termoelettriche. L’impianto di Brindisi nord, oggi di proprietà di A2A, è fermo dal 2012 (anche se resta “in efficienza” e la società bresciano-milanese ha chiesto di riattivarlo come impianto a gas). Quello di Cerano è attivo ma le fumate nere sono ormai sporadiche: la centrale lavora a circa un terzo della sua capacità. Un motivo è che la sua energia è sempre meno vantaggiosa perché è salito in modo drastico il costo dei permessi di emissione di CO2 nel mercato europeo delle quote di emissioni, il sistema Ets Ue (negli ultimi due anni ha superato i 25 euro a tonnellata, contro i cinque o sei euro degli anni precedenti). Anche così, nel 2018 la Puglia ha prodotto 29.889 GWh (gigawatt/ora) lordi di energia elettrica e ne ha consumati 16.731,5, secondo il consuntivo annuale pubblicato da Terna: il resto lo esporta, cioè va nella rete nazionale. Così, in una luminosa giornata di ottobre intorno al gigante di lamiera capita perfino di sentire gli odori della campagna. Nel 2017 l’impianto Enel di Cerano aveva ottenuto un’Autorizzazione integrata ambientale (Aia) che l’avrebbe portato fino al 2030. Questa però è in corso di revisione: infatti alla fine del 2018 il ministero dell’ambiente ha riaperto tutte le procedure relative a impianti a carbone per includervi i nuovi limiti alle emissioni e anche la chiusura entro il 2025. Intanto a luglio 2019 si sono chiusi i termini per presentare osservazioni sul progetto di riconversione a gas, che Enel chiede di esentare dalle procedure di Valutazione di impatto ambientale (Via); in un documento le associazioni ambientaliste brindisine chiedono invece che si proceda con una vera valutazione di impatto ambientale. È chiaro che l’esito della revisione sarà legato alle scelte sulla possibile riconversione della centrale. Così torniamo alla domanda: quale futuro per Brindisi, dopo il carbone? L’ADDIO AL CARBONE E’ INIZIATO “Prima dell’uscita dal carbone pianificata dal governo, è già cominciata la de-carbonizzazione nei fatti”, dice il sindaco di Brindisi, Riccardo Rossi, che incontro nel suo ufficio in municipio. “Questo si deve in gran parte allo sviluppo delle fonti rinnovabili, che in Puglia è molto avanzato anche grazie a un fattore di insolazione molto alto e all’infrastruttura per l’aggancio alla rete elettrica nazionale”, spiega. In effetti la Puglia ha prodotto nel 2018 poco più di 8mila GWh tra eolico e fotovoltaico (su circa 40 mila GWh prodotti in tutta Italia), secondo l’annuario statistico Terna. “Sono le rinnovabili che hanno determinato il calo della produzione a Cerano”, sostiene il sindaco Rossi, “anche perché alle ‘chiamate’ dell’ente gestore la prima energia immessa in rete è quella delle rinnovabili e solo in seconda istanza quella delle tradizionali fonti fossili”. Sta di fatto che nel 2010 l’impianto di Cerano bruciava circa 6 milioni e mezzo di tonnellate di carbone in un anno, che sommati a Brindisi Nord facevano circa 9 milioni di tonnellate di carbone che transitavano ogni anno nel porto di Brindisi. Oggi resta solo Cerano, e non supera i 2 milioni e mezzo di tonnellate annue. Le ricadute sull’occupazione lo testimoniano, continua il sindaco. “L’attività portuale ruota in buona parte attorno al carbone. Poi c’è un esercito di ditte di autotrasporto, perché quando il nastro trasportatore è fermo, cosa frequente, intervengono i camion. Poi le imprese in appalto e subappalto connesse alla centrale per la manutenzione e i servizi: parte considerevole dell’imprenditoria locale è legata a quella centrale”. “Chiudere il ciclo del carbone è indifferibile per la città di Brindisi”, insiste il sindaco Rossi: “Lo impone la situazione socio-economica, sanitaria, ambientale”. Di professione ingegnere all’Enea, Riccardo Rossi è stato a lungo un attivista del movimento contro il carbone; eletto nel giugno 2018 alla testa della lista “Brindisi Bene Comune”, guida una giunta di centro- sinistra. La sua priorità, ripete, è chiudere con il carbone. Già, ma dopo? L’Enel chiede di installare a Cerano due unità a turbogas a ciclo aperto, capaci di generare complessivamente 1120 MW di energia, e passare in seguito a un ciclo combinato da 1680 MW (un’eventuale autorizzazione si riferirebbe all’intero il progetto). L’azienda elettrica, che nella sua comunicazione esterna usa un linguaggio molto attento alla “sostenibilità”, precisa che il gas serve ad assicurare una “capacità produttiva flessibile”, indispensabile per garantire la transizione a un futuro “cento per cento rinnovabile”. L’IPOTESI DEL GAS “Flessibile” è la parola chiave. La centrale di Cerano oggi è considerata “strategica” per la sicurezza della rete: ovvero, la sua capacità è indispensabile a garantire l’approvvigionamento seguendo la domanda e coprire le fluttuazioni delle fonti rinnovabili. “Il progetto di convertirla in un impianto a gas è basato sulle opportunità offerte dal capacity market”, spiega Matteo Leonardi, economista esperto di sistemi energetici. Si tratta del meccanismo che remunera non l’energia effettivamente prodotta da un impianto ma la capacità a disposizione. “Se nelle aste di novembre la nuova centrale si aggiudica una posizione nel mercato della capacità, l’investimento dell’Enel verrà remunerato per 15 anni indipendentemente dalla produzione”, spiega. Il mercato della capacità è considerato uno strumento a supporto della transizione energetica, osserva Leonardi: “Questo però è vero solo se ha un ruolo davvero residuale, come vuole la legislazione europea, e se intanto si procede a sviluppare le rinnovabili, i sistemi di accumulo indispensabili a immagazzinare l’energia, e anche strumenti di gestione della domanda. Ma i segnali in questa direzione sono per ora molto timidi. E se questo non avviene, il capacity garantirà solo un profitto extra ai produttori fossili, con una ricaduta sulle tasche dei consumatori”. La proposta di riconversione avanzata dall’Enel ha suscitato molte perplessità. Sulla parola “riconversione” qui bisogna intendersi: le vecchie unità a carbone saranno spente e per bruciare gas saranno ne costruite altre nuove di zecca. Come costruire un nuovo impianto. Un nuovo impianto a gas da 1680 MW per coprire i picchi della domanda? “Di solito per coprire i picchi si ragiona su impianti a ciclo aperto di potenza inferiore a 600 MW”, osserva Massimiliano Varriale, esperto energia del Wwf. “Un impianto da 1.680 MW a ciclo combinato non è un peaker, è un impianto di base che dovrebbe funzionare in modo continuativo per rifornire la rete”. E a Brindisi, osserva Varriale, “c’è già un altro impianto attivo, quello di Enipower nella zona industriale, capace di quasi 1.200 MW e non pienamente utilizzato. Potrebbe bastare una seconda linea di uscita da collegare alla rete”. Se l’impianto di Cerano-Brindisi sud sia ancora “strategico” dovrà stabilirlo Terna, l’ente che gestisce la rete di distribuzione e deve garantire la sicurezza degli approvvigionamenti di energia elettrica. Terna per ora fa sapere che nelle attuali condizioni del sistema elettrico, la centrale Enel di Brindisi Sud è necessaria, ma la sua dismissione è possibile con alcuni interventi di adeguamento della rete. Terna parla di realizzare nel meridione d’Italia sistemi di accumulo per 1.750 MW e 500 MW di nuova capacità a gas, non necessariamente a Cerano (e in ogni caso non con la capacità proposte da Enel). Insomma, si può uscire dal carbone senza nuovi mostri a gas. Certo è che Terna, un po’ ente regolatore e un po’ azienda di mercato, avrà un ruolo decisivo nel futuro della centrale brindisina. IL “LABORATORIO DI IDEE” Il sindaco Riccardo Rossi si è dichiarato favorevole al progetto dell’Enel, o per lo meno non contrario. In diverse occasioni pubbliche ha dichiarato che il gas è necessario alla transizione alle fonti rinnovabili, spiazzando molti di coloro che si erano battuti con lui contro il carbone. “Spero che il gas non sia necessario”, dice quando lo incontro nel suo ufficio. “Ma corriamo ancora il rischio che resti il carbone. Se il gestore Terna non dichiara che l’impianto di Cerano non è essenziale, questo dovrà rimanere attivo: e non vorrei che rifiutare il gas fosse la scusa per continuare a bruciare carbone. Sarebbe inaccettabile”. Anche il sindaco però riconosce che un impianto a gas non risolverebbe i problemi dell’occupazione né di uno sviluppo futuro per la città. Fra gli attivisti che hanno combattuto il carbone, il progetto dell’Enel ha un gusto amaro. “Vent’anni fa aveva senso bruciare gas invece che carbone, per darsi il tempo di passare alle rinnovabili: avrebbe evitato anni di emissioni nocive e malattie. Ma oggi, perché altri vent’anni di gas?”, si chiede Giovanni Ricupero. Una sera di ottobre presso la sede cittadina del WWF incontro alcuni esponenti delle associazioni ambientaliste di Brindisi: qui l’auspicio comune è che la vecchia centrale sia chiusa e smantellata. “Il gas sarà anche meno nocivo, ma è un altro combustibile fossile”, osserva Marzia Mastrorilli, del comitato No al Carbone, che parla dei danni dell’economia estrattiva e dei conflitti legati all’industria mondiale degli idrocarburi. Giuseppe Abruzzo, di Italia Nostra, spera che il grande polo energetico sia sostituito con “molti piccoli impianti a energia rinnovabile collegati in rete”. Legambiente ha condotto una consultazione nelle scuole secondarie della città e propone che sul vecchio impianto sorga una Cittadella della scienza, spiega Lorenza Mastrorilli. Un impianto a gas? “Occuperà poche decine di persone”, obietta Angelo Leo, segretario della Fiom a Brindisi. “E il problema qui resta il lavoro”. Oggi la centrale di Cerano occupa 320 dipendenti Enel e un numero variabile di lavoratori delle ditte di manutenzione e dei servizi: “Intorno a 400 persone, fino a 700 quando ci sono le fermate per la manutenzione straordinaria”. L’Enel promette di riassorbire tutti i suoi dipendenti, a Cerano o altrove, ma gli altri? “Già oggi abbiamo una situazione di crisi. Il meccanismo degli appalti fa sì che molte aziende, per aggiudicarsi il lavoro, offrono condizioni al ribasso: le pagheranno i lavoratori con meno sicurezza e molte violazioni. E anche così, abbiamo aziende che non pagano i salari da sei o sette mesi”. Brindisi ha tutte le condizioni per restare un importante centro industriale, dice il segretario della Fiom. Un aeroporto internazionale efficiente, un porto naturale importante fin dai tempi antichi, la ferrovia, l’autostrada adriatica e quella per Taranto – è l’antica via Appia che arriva da Roma. Ha un’importante presenza di industria aerospaziale che si potrebbe rafforzare, ragiona il sindacalista. Parla di bonifiche e di un’industria d’avanguardia, compatibile con la salute e l’ambiente, leggera. “Il punto è che manca un progetto per il futuro”, dice Angelo Leo: “Non si può lasciare tutto al mercato. Serve un governo capace di fare piani industriali a lungo termine e varare investimenti pubblici, per Brindisi e per tutta Italia”. La decarbonizzazione è già cominciata”, riassume Patrick Marcucci, presidente di Confindustria a Brindisi: “Ma non c’è una programmazione su come condurre una riconversione dell’economia in tempi rapidi”. I dirigenti di Confindustria sono favorevoli all’opzione del gas, ma “neppure questo garantirà il lavoro e lo sviluppo di Brindisi”, aggiunge il direttore Angelo Guarini. Citano l’aerospaziale, elencano i grandi gruppi ancora installati nella zona industriale, le eccellenze del turismo, l’agroindustria: anche loro invocano “una visione di sviluppo” e concludono che “manca la politica”. Dopo anni di furiose polemiche sul carbone, sembra che Brindisi stenti a formulare un futuro. Nella sua consultazione il WWF ha tracciato cinque ipotesi, non necessariamente alternative tra loro: Industria, energie rinnovabili, agricoltura, turismo, trasporti. “Abbiamo voluto proporre un questionario aperto per far emergere dal basso le alternative possibili”, spiega Massimiliano Varriale: “Ad esempio puntare sull’industria leggera. Magari creare un polo di eccellenza delle energie rinnovabili”. Oppure, suggerisce Matteo Leonardi, trasformare l’impianto di Cerano in un centro di produzione di sistemi di accumulo di energia per il sistema elettrico e la mobilità: “Per superare i combustibili fossili sempre più quote di domanda si sposteranno sui consumi elettrici, e gli accumuli diventeranno una componente essenziale”. Il mercato internazionale delle batterie però è dominato dai paesi asiatici: “L’Europa è in ritardo e vuole promuovere tra 30 e 40 nuovi centri di produzione. E l’Italia? Perché non produrre questi sistemi di accumulo a Brindisi? Sarebbe una scelta lungimirante. Brindisi sarebbe una bellissima immagine della transizione energetica, passare da uno dei siti più inquinanti in Europa a una delle filiere produttive centrali nella strategia di decarbonizzazione”. “La transizione giusta è quella che minimizza l’impatto sociale e sul lavoro e insieme rilancia lo sviluppo”, dice Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf Italia: “Anche ammettendo che un impianto a gas possa coprire un breve periodo di transizione, abbiamo bisogno di scelte strategiche, di investire sul futuro, cioè energie rinnovabili ed efficienza energetica”, È una questione di futuro, dice Mariagrazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf Italia: “Anche ammettendo che un impianto a gas possa coprire un breve periodo di transizione, ne stanno autorizzando ormai troppi: e comunque abbiamo bisogno di scelte strategiche, bisogna investire sul futuro, cioè energie rinnovabili ed efficienza energetica. La transizione energetica e lo sviluppo sostenibile sono strettamente legati. Rinviare le scelte significa anche restare indietro nei settori produttivi che avranno sempre più importanza nel prossimo futuro”, insiste: “Temo che scegliere il gas oggi voglia dire perdere l’opportunità di accompagnare l’uscita dal carbone con un progetto a lungo termine”. (*) ripreso da http://stopcarbone.wwf.it

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