C6O4 legambiente

Nov 3, 2019 | Publisher: Rete Ambientalista Al | Category: Other |   | Views: 10 | Likes: 1

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Legambiente: Osservazioni sulla Solvay Speciality Polymers Italy SPA Al Presidente della Provincia di Alessandria Al Responsabile del Procedimento in oggetto protocollo.ambiente@cert.provincia.alessandria.it Al Sindaco del Comune di Alessandria comunedialessandria@legalmail.it Loro sedi, tramite PEC Oggetto: Osservazioni all’Autorizzazione Integrata Ambientale DDAA2 N.206/ 85641 del 24-06- 2010 e s.m.i – Endoprocedimento inerente istanza di MODIFICA SOSTANZIALE ai sensi del D.P.R. 160/10 ex art. 29 nonies D.Lgs 152/2006 e s.m.i per estensione della produzione ed uso di cC6O4. Legambiente Nazionale, insieme a Legambiente Ovadese, Valli Orba e Stura, presentano il documento di Osservazioni alla modifica sostanziale di A.I.A proponente Solvay Speciality Polymers Italy SPA localizzazione dell’impianto Piazza Donegani 5/6 ALESSANDRIA – SPINETTA M.GO. L’unico sito produttivo di polimeri fluorurati si trova nello stabilimento di Spinetta Marengo, e con il progetto in esame si propone di sostituire il tensioattivo attualmente in uso con il composto cC6O4. Tale sostanza, appartiene alla famiglia dei PFAS, composti chimici che assumono particolare rilievo nell’utilizzo, in campo industriale, nella produzione di fluoropolimeri e di fluoroelastomeri. Queste sostanze sono state identificate dalla Commissione Europea come sostanze persistenti, bioaccumulabili e tossiche con la possibilità di comportare rischi inaccettabili per la salute umana e per l’ambiente1. non sono disponibili standard analitici commerciali e le analisi a oggi sono esclusivamente sperimentali. Come noto dal portale ECHA (European Chemicals Agency), il composto2 risulta registrato sia da Solvay che da Miteni nell’ambito del Regolamento REACH3. 1 REGOLAMENTO (UE) 2017/1000 DELLA COMMISSIONE del 13 giugno 2017 recante modifica dell’allegato XVII del regolamento (CE) n. 1907/2006 del Parlamento europeo e del Consiglio concernente la registrazione, la valutazione, l’autorizzazione e la restrizione delle sostanze chimiche (REACH) per quanto riguarda l’acido perfluoroottanoico (PFOA), i suoi sali e le sostanze correlate al PFOA 2E’ una sostanza multi-componente riferita al composto Ammoniodifluoro{[2,2,4,5-tetrafluoro-5- (trifluoromethoxy)- 1,3-dioxolan-4-yl]oxy}acetato, 3 La sostanza può trovarsi in tre forme: base (Miteni, Solvay), acido (Miteni, Solvay), e come sale di potassio (Solvay). Alle tre forme corrispondono tre numeri CAS differenti e i relativi dossier di registrazione. Tali dossier di registrazione risalgono al 2011, con le ultime revisioni datate 2018: sono stati presentati dalle Ditte, e contengono le informazioni fisico, chimiche, tossicologiche, e di utilizzo del C6O4. Premessa In Italia, il Gruppo Solvay opera nel settore chimico e delle plastiche. Arpa Veneto classifica il composto come una sostanza perfluoroalchilica “PFAS di nuova generazione“, per la qualeL’utilizzo risulta fondamentalmente confinato al sito industriale quale intermedio per la produzione di fluoro-polimeri. L’ECHA classifica il C6O4 come tossico per ingestione, corrosivo e non biodegradabile. Il Polo chimico di Spinetta Marengo è un sito che oramai da tempo è sottoposto a continuo inquinamento ambientale. Infatti dagli inizi degli anni cinquanta numerose lavorazioni industriali si sono avvicendate ed hanno portato ad un progressivo degrado dei terreni e della falda sottostante il Polo Chimico (solventi clorurati, cromo, ma anche DDT e fenoli). Per quanto riguarda i solventi clorurati ed il cromo esavalente, l’inquinamento delle falde sotterranee ha interessato una porzione estesa del territorio circostante lo stabilimento Solvay Solexis, per un raggio di circa tre chilometri attorno al polo chimico e con un cono di influenza maggiore fino per lo meno al fiume Bormida. Inoltre, come affermato nello studio4 condotto dall’ IRSA- CNR tra il 2011 e il 2013, il Polo Industriale di Spinetta Marengo con lo stabilimento di fluoropolimeri della Solvay Solexis, che scarica nel Bormida poco a monte della confluenza con il Fiume Tanaro, uno dei principali affluenti del Po, è stato individuato come una delle aree critiche industriali nel Nord Italia, confermandosi la sorgente principale di PFOA per l’intero bacino del Po, con un carico annuo di circa una tonnellata, il quale ha pesantemente contaminato la falda superficiale intorno al sito industriale. Tuttora, la stessa area è sottoposta a continui monitoraggi da parte di Enti di Controllo, come Arpa Piemonte ed IRSA, che confermano il persistere di una contaminazione ambientale da composti perfluorurati. In questo contesto, lo stabilimento Solvay, attualmente in fase di messa in sicurezza operativa, con vari interventi mira a garantire un adeguato livello di sicurezza. Tuttavia, è necessario ribadire che continuano a permanere in situ quegli inquinanti prodotti nel tempo da un’attività industriale protratta per decenni. Inoltre lo studio epidemiologico di morbosità (analisi dello stato di salute della popolazione della frazione Fraschetta, anni 1996-2013) commissionato dal Comune di Alessandria ha evidenziato come in una analisi condotta sui lavoratori occupati in uno stabilimento di Spinetta Marengo siano emersi rischi statisticamente significativi per tumore del polmone e linfoma non Hodgkin, lasciando intendere che l’eccesso di rischio riscontrato nella popolazione generale possa essere ascritto per lo più ad esposizioni professionali. Le osservazioni sul documento proposto soggetto ad AIA verteranno principalmente sulle seguenti questioni: 1. nonconoscenzadellamiscelautilizzataerelativeperformance 2. mancanza di riferimenti a una Valutazione del Rischio 3. mancanza di una descrizione dello stato ambientale di acque sotterranee e suolo 4. relazionetecnicausataasupportoobsoletaedatata 4 “Realizzazione di uno studio di valutazione del Rischio Ambientale e Sanitario associato alla contaminazione da sostanze perfluoro-alchiliche (PFAS) nel Bacino del Po e nei principali bacini fluviali italiani” 5. 6. 7. assenza di una descrizione o stima delle possibili quantità emesse e di identificazione degli effetti significativi delle emissioni sull’ambiente della sostanza presa in esame scarse informazioni a supporto delle tecniche di trattamento per le emissioni in atmosfera omissioni ai sensi dell’articolo 29-ter, comma 1, del D.Lgs. 152/06 Osservazioni 1) Nel capitolo 3 l’azienda in questione omette nel documento, sia pure in buona fede e per mantenere il segreto professionale, le sostanze utilizzate come materie prime nei processi di polimerizzazione, eccetto la ovvia soluzione acquosa di cC6O4 (Cap.3.2.1.). Tuttavia, è stato recentemente reso noto5, che le nuove molecole florurate a catena corta (proposte come alternativa ai PFAS per la loro natura meno bioaccumulabile ma tuttavia più resistente alla degradazione), spesso risultano essere tecnicamente meno efficienti, dovendo perciò ricorrere o al rischio di doverne utilizzare necessarie maggiori quantità o all’indispensabile l’uso combinato di più molecole per ottenere le stesse performance, annullando i potenziali vantaggi che deriverebbero dalla loro supposta minore capacità di bioaccumulo. A supporto di quest’ultima informazione è necessario richiedere approfondimenti maggiori per comprendere se la miscela utilizzata sia in linea con il testo. 2) Nel capitolo 4 “Fonti di emissione delle installazioni soggette a modifiche” viene così affermato: REFLUI LIQUIDI: Nei prossimi capitoli si potrà verificare che la situazione conseguente alla realizzazione del progetto di estensione della produzione ed uso del cC6O4 corrisponde ad un livello di rischio accettabile [omissis]. In questo contesto si osserva che la dicitura “livello di rischio accettabile” non è adeguatamente trattata. Inoltre, nell’intero corpo del progetto ad uso pubblico né si rimanda e né si fa riferimento ad un Documento Ufficiale in cui viene trattata e analizzata la Valutazione del Rischio. La regolazione del rischio ambientale è legata soprattutto all’elaborazione di un dato di natura tecnico- scientifica e che troverebbe giusto riscontro in una documentazione di questo genere. 5 La Dichiarazione di Helsingør (Helsingør Statement) Le osservazioni di seguito elencate mirano a focalizzare l’attenzione su alcuni punti chiave che risultano essere poco chiari anche dopo un’accurata lettura del testo tecnico presentato al pubblico dallo stabilimento Solvay. Il testo presenta al suo interno numerosi punti omessi. Unitamente a questo, si vuole porre accento sulla produzione e sul rilascio nell’ambiente di un’ingente quantità di una sostanza fluorurata di cui si hanno ancora scarse informazioni dal punto di vista chimico e tossicologico. “Materie prime e ausiliarie, sostanze ed energia usate o prodotte dalle installazioni soggette a modifiche” 3) Nel capitolo 5 “Stato del sito” viene descritto solo lo stato ambientale di aria e di acque superficiali, quando, trattandosi di PFAS, si sarebbe dovuto prendere in considerazione anche, e soprattutto, lo stato delle acque sotterranee e delle falde in prossimità e soprattutto a valle del sito. Come anche lo stato della matrice “suolo” che, tenuto conto del quadro pregresso del Polo Chimico considerato, non può che essere preso in considerazione. 4) Nella premessa al Capitolo 5, viene fatto riferimento ad una Relazione Tecnica a supporto della richiesta di Autorizzazione Integrata Ambientale è del 19/07/2006. Proprio nel 2006 venivano avviate le prime indagini per stabilire la presenza di sostanze perfluorurate nelle acque e nei sedimenti dei maggiori fiumi Europei, tra cui il Po. Solo nel 2011, la situazione di rischio a livello nazionale porta ad una convenzione tra il MATTM e l’IRSA per avviare uno studio sul rischio ambientale e sanitario alla contaminazione da PFAS nel bacino del Po.Tra gli anni 2011 e 2017, infatti, Arpa Piemonte effettua costanti verifiche dei superamenti dei CSR nei terreni superficiali presso il Polo Chimico, causando l’avvio dei procedimenti di bonifica da parte della Solvay. La Relazione Tecnica ivi utilizzata, alla luce dell’evoluzione costante delle analisi nel tempo trascorso dal 2006 ad oggi, potrebbe e dovrebbe avere perso di valore e/o validità, in quanto la redazione dello stesso risale ad un periodo storico in cui non si era ancora a conoscenza del tipo e dell’entità di problematica, ossia nel 2006. 5) Nel capitolo 6 “Prevedibili emissioni delle installazioni soggette a modifiche in ogni comparto ambientale e identificazione dei loro effetti significativi sull’ambiente”, per quanto riguarda i reflui liquidi, nella relazione ad uso pubblico non viene data una descrizione o stima delle possibili quantità emesse della sostanza presa in esame. E’ assente, inoltre, anche un’identificazione degli effetti significativi delle emissioni sull’ambiente, nonostante sia anche sottolineato nello stesso testo (paragrafo 6.2) che: «È possibile condividere che è necessario porre l’attenzione sugli effetti ambientali strettamente conseguenti alle modifiche che ne costituiscono l’essenza, ovvero la prevista sostituzione con cC6O4 del tensioattivo in uso.» Tuttavia, non sarebbe possibile determinare gli effetti ambientali del composto in quanto lo stesso non è stato ancora sufficientemente studiato, né sarebbe possibile, per lo stesso motivo, determinare quanto esso sia impattante sull’ambiente e sulla salute. 6) All’interno della stessa sezione del suddetto capitolo 6, per quanto riguarda invece le possibili emissioni in atmosfera, viene esplicitamente riportato nel testo che “Per contaminanti come cC6O4, per i quali A.I.A. vigente non fissa espliciti limiti fissi di emissione,” (perché la sostanza non è conosciuta) “come dati di ingresso per la modellazione sono stati usati valori medi di misure significative disponibili” . Si installano, dunque, trattamenti specifici solo per i COV (composti organici volatili). La molecola, come più volte ripetuto, è di nuova generazione e non è scontato il tipo di evoluzione che potrebbe avere durante le diverse fasi di processo; si tenga presente la possibilità di un processo di evaporazione dalla stessa soluzione acquosa in cui la molecola è contenuta, oppure la possibilità (non remota anche perché considerata dallo stesso testo fornito) di “emissioni in atmosfera come conseguenza dell’eventuale contatto tra le correnti di processo che contengono il cC6O4 in forma condensata e le correnti gassose che possono arricchirsene per lo scambio materia liquido-gas dovuto alla tensione di vapore del cC6O4”. Viene spontaneo domandarsi, se le sole metodologie che utilizzano carboni attivi ed abbattimento ad umido (per le attuali e conosciute molecole) siano sufficienti o se, invece, la scarsità di informazioni e di conoscenze sulla dinamicità della molecola di cC6O4, e le sue eventuali e possibili interazione con l’ambiente esterno ed altri materiali, non siano motivo di turbamento e stimolo a voler studiare ed approfondire le tecniche e metodi effettivamente funzionali. 7) In generale, mancano (forse omesse), ai sensi dell’articolo 29-ter, comma 1, del D.Lgs. 152/06 e s.m.i. le seguenti informazioni: i) descrizione delle principali alternative alla tecnologia, alle tecniche e alle misure proposte, prese in esame dal gestore in forma sommaria; l) descrizione delle altre misure previste per ottemperare ai principi di cui all’articolo 6, comma 16; m) se l’attività comporta l’utilizzo, la produzione o lo scarico di sostanze pericolose e, tenuto conto della possibilità di contaminazione del suolo e delle acque sotterranee nel sito dell’installazione, una relazione di riferimento elaborata dal gestore prima della messa in esercizio dell’installazione o prima del primo aggiornamento dell’autorizzazione rilasciata, per la quale l’istanza costituisce richiesta di validazione. L’autorità competente esamina la relazione disponendo nell’autorizzazione o nell’atto di aggiornamento, ove ritenuto necessario ai fini della sua validazione, ulteriori e specifici approfondimenti. Ulteriori considerazioni Un quadro più ampio sull’utilizzo di questo nuovo composto (cC6O4) può essere tracciato considerando alcuni recenti avvenimenti, ovvero la sua comparsa nelle acque del Po. Già dai primi mesi di quest’anno, l’ARPA Veneto, a seguito di alcuni risultati ottenuti da monitoraggi ambientali lancia un segnale d’allarme per il pericolo PFAS. A preoccupare e peggiorare la situazione è la mancanza di conoscenza e informazioni sul composto di “nuova generazione”, alla cui vasta e inaspettata diffusione le autorità si sono trovate impreparate. Infatti per queste nuove sostanze non esiste neanche una metodologia analitica condivisa, né tanto meno si conoscono i suoi possibili effetti sulla salute e sull’ambiente. L’Arpav ha provveduto a comunicare al commissario delegato a far fronte all’emergenza Pfas in Veneto quanto segue: A partire dalla fine di gennaio Arpav ha esteso la ricerca di un nuovo composto C6O4 ad alcuni punti di acque superficiali collocati in punti di attingimento idropotabile. L’inquinante emergente in questione era in passato stato ritrovato nelle acque contaminate nei pressi dello stabilimento della Miteni, che lo utilizzava nel processo produttivo a sostituzione dei Pfas tradizionali. Ma si è ritenuto di ricercarlo nell’ambiente per verificare la presenza da altre possibili fonti. A marzo è stata riscontrata una positività presso la stazione di acque superficiali sul fiume Po in località Corbola con la determinazione di un quantitativo di alcune decine di nanogrammi litro. Il campionamento è stato ripetuto il 2 aprile scorso, confermando il ritrovamento sia nella stazione già campionata che a monte e a valle della stessa. Considerato che, data l’ubicazione dei punti di campionamento, risulti pressoché impossibile che derivi dal sito inquinato nell’area dell’azienda Miteni, il composto quasi sicuramente deriva dalle regioni del bacino padano a monte idraulico delle prese in cui è stata ritrovata la sostanza con una concentrazione di circa 80 nanogrammi/litro. Una sostanza così poco utilizzata e di nuova generazione per essere riscontrata in queste quantità nel fiume più grande d’Italia fa supporre che si possano trovare a monte fonti di inquinamento importanti. Si ricorda che per questa sostanza di nuova generazione gli standard analitici commerciali non sono disponibili e le analisi, ad oggi, sono sperimentali. Per questo motivo la Regione del Veneto sta predisponendo una segnalazione alle Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Piemonte riguardo a questo ritrovamento. Non essendovi limiti europei e nazionali, per motivi precauzionali il gestore della rete idropotabile Acque Venete ha già ordinato nuove batterie di filtri”. Dai risultati dei monitoraggi si è dedotto che le concentrazioni anomale della nuova sostanza siano dovute ad emissioni localizzate più a monte nell’asta del Po e che il suo utilizzo spropositato stia ora avvenendo nel tentativo di sostituire i PFAS a catena lunga, in particolare PFOS e PFOA (responsabili del disastro ambientale scoperto nel 2013). Per l’emergenza Pfas osservata in Veneto, il commissario Nicola Dell’Acqua ha inviato una lettera a Lombardia, Piemonte ed Emilia Romagna per comunicare i riscontri dell’Arpav sulla presenza di C6O4 nelle acque del Po. Il ministro dell’ambiente Sergio Costa, in seguito, convoca a maggio un Tavolo ministeriale alla presenza di Ispra, Snpa, Regione Veneto e delle direzioni tecniche, per lavorare con urgenza per porre dei limiti nazionali allo scarico di Pfas a catena lunga. Il tavolo inoltre lavorerà anche sui limiti dei cosiddetti “nuovi pfas” con un percorso normativo e tecnico e ascoltando anche il settore produttivo, e coinvolgerà anche l’Istituto superiore di sanità e il ministero della Salute. Il Ministro, quindi ha già preso atto di quanto presentato dai tecnici di ISPRA e delle varie Regioni presenti che hanno spiegato come, valutando la situazione generale che si è creata, e per poter dare le opportune risposte tecnico-scientifiche ai cittadini allarmati, è necessario mettere prontamente in atto alcune iniziative. Tutto ciò al fine di definire le modalità di trattamento delle acque reflue e stabilire i “limiti legali agli scarichi” compatibili con i volumi d’acqua dei corpi ricettori. In tale circostanza vengono a trovarsi a rischio di esposizione gli abitanti di tutte quelle zone che utilizzano l’acqua del fiume Po come sorgente idropotabile, come avviene a Ferrara dove il Po costituisce la fonte di acqua potabile, sia come prelievo diretto sia miscelata con minori quantità di acque sotterranee golenali. Risale proprio a luglio di quest’anno il primo ritrovamento di tracce di C6O4 in acqua potabile in località Santa Maria Maddalena (RO) su forniture Hera, con valori in concentrazione superiore al limite di rilevabilità, come affermato nel comunicato stampa del comune di Occhiobello del 24/07/2019. Quindi questo prova che il problema in fondo resta sempre lo stesso, ovvero vengono sostituite le sostanze ma si continua a rilasciarle nell’ambiente. In tale situazione di emergenza di rilevanza nazionale, è diventato ormai inammissibile che vengano rilasciate acque reflue che, anche quando sottoposte a trattamento, contengano sostanze perfluoroalchiliche. Infatti, per quanto possano essere bassi i limiti di emissione (che oltretutto non sono mai stati stabiliti!), si parla di sostanze persistenti non biodegradabili e quindi che col tempo tendono ad accumularsi nell’ambiente e negli esseri viventi diventando, all’aumentare della loro concentrazione, sempre più tossiche. Date le conoscenze di cui si dispone sugli effetti dei PFAS più studiati, nonostante tale sostanza sia “nuova”, la situazione è da considerarsi potenzialmente rischiosa per l’ambiente e la salute, non si può pertanto permettere, in nome del principio di precauzione, che la popolazione sia esposta e soggetta ad ulteriori danni. Conclusioni Le scriventi Associazioni richiedono di visionare la documentazione integrale prodotta da Solvay Speciality Polymers Italy SPA riguardante il procedimento in oggetto, rendendo accessibile il contenuto dei ben 56 “omissis” presenti nella relazione tecnica attualmente resa pubblica, nonché di .partecipare alla Conferenza dei Servizi, riservandosi di dettagliare ed integrare le proprie osservazioni. In ogni caso, sulla base delle osservazioni sopra riportate basate sulle informazioni ad oggi rese pubbliche, richiedono alla Conferenza dei Servizi istituita dalla Provincia di Alessandria, ed alla Provincia stessa, di pronunciarsi negativamente riguardo all’Autorizzazione Integrata Ambientale dell’impianto in oggetto, quanto meno fino a quando non venga accertata da un soggetto indipendente l’innocuità delle sostanze prodotte e/o immesse nell’ambiente. Roma – Alessandria 28 ottobre 2019 Legambiente Nazionale Coordinatore Ufficio Scientifico Andrea Minutolo, a.minutolo@legambiente.it Legambiente Ovadese, Valli Orba e Stura la presidente Michela Sericano serik@libero.it michela.sericano@pec.it

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