Roma 29 settembre 2019

Oct 3, 2019 | Publisher: Rete Ambientalista Al | Category: Other |   | Views: 3 | Likes: 1

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Roma 29 settembre 2019 Seconda Assemblea nazionale per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata Dichiarazione conclusiva “L’unità della Repubblica è oggi in pericolo, rimessa in causa dalle richieste di “autonomia differenziata” che alcune Regioni hanno presentato”. Tre mesi sono passati dal 7 luglio, quando la prima Assemblea Nazionale Per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata lanciava questo grido d’allarme. La situazione politica è cambiata, un nuovo governo con una diversa composizione si è insediato, i toni appaiono mutati. Ma quell’allarme e quell’invito alla mobilitazione sono forse superati da questa nuova situazione? Partiamo dai fatti. Il governo, lungi dal cancellare l’impegno di Lega e M5S, ha scritto nel suo programma: “È necessario completare il processo di autonomia differenziata giusta e cooperativa, che salvaguardi il principio di coesione nazionale e di solidarietà”. Negli ultimi giorni il ministro Boccia ha addirittura dichiarato: “L’Autonomia differenziata va fatta presto e bene, siamo pronti ad accelerare”. Si tratterebbe dunque di ripartire dalle richieste già avanzate, pur con qualche modifica? E specialmente, può esistere un’Autonomia differenziata “giusta e cooperativa”? Sono questi i punti fondamentali della discussione di oggi. Gli interventi degli esperti e il dibattito attuale fanno a nostro avviso emergere chiaramente un elemento comune: che si tratti di definire o meno i LEP, che si tratti di escludere questa o quella materia, che si tratti di “residuo fiscale” o di “spesa storica”, il solo fatto di concedere maggiore autonomia ad una o più Regioni costituirebbe un primo elemento di divisione del Paese (e pertanto di identica accessibilità ai diritti universali per tutte/i) e aprirebbe un varco dagli esiti imprevedibili, potenzialmente irreversibili. Certo, il varco può essere più grande o più piccolo. Ma tutti noi abbiamo già fatto tante volte l’esperienza di come, con il pretesto di “combattere” gli attacchi più feroci, siano state promosse forme apparentemente più “soft” di processi distruttivi: immancabilmente, nelle brecce aperte si sono inseriti attacchi più grandi, più pericolosi, devastanti. È successo con la scuola, con la sanità, con la legislazione del lavoro, con le pensioni. Ed è successo con la riforma del Titolo V, che è alla base dei gravi pericoli nei quali ci troviamo oggi. La richiesta di Autonomia dell’Emilia-Romagna, che oggi viene presa a modello dal governo, è un esempio lampante di questa insidia: pur riferendosi ad un numero minore di materie rispetto a quelle di Lombardia e Veneto, essa prevede infatti che si possano comunque introdurre elementi regionali nell’istruzione (regionalizzazione dell’istruzione tecnica e professionale, assunzioni regionali integrative), nella sanità (ivi compresa la possibilità di fare passi importanti verso la sua privatizzazione, con pagamento delle prestazioni da parte dei cittadini), nei servizi, nell’ambiente, nei contratti . È evidente che questo vulnus può portare a svuotare la legislazione nazionale a poco a poco e dunque a minare l’unità del Paese. Più che mai è vero ciò che scrivevamo a luglio: l’unità della Repubblica non è un concetto astratto, né un’acquisizione storica al riparo da ogni pericolo e tantomeno una rivendicazione nazionalista. Al contrario, essa si fonda sulle leggi uguali per tutti i cittadini, sui contratti nazionali, su infrastrutture nazionali, sul sistema di tassazione nazionale, sull’uguaglianza dell’accesso ai servizi pubblici, alla sanità, alle pensioni, alla sicurezza sul lavoro. La difesa di queste espressioni di civiltà giuridica, di democrazie e libertà, di equità e di eguaglianza è strettamente legata dunque alla difesa dell’unità della Repubblica: ne è il fondamento concreto irrinunciabile e costituisce l’unica base per poter migliorare le condizioni dei diritti esigibili (e non esatti, nonostante normative già esistenti, ma mai messe in atto), in particolare nelle zone più povere del Paese. Viceversa, qualunque progetto che apra la porta alla sostituzione delle normative nazionali con generici “principi”, LEP, intese e quindi leggi regionali, mina alle fondamenta l’unità del Paese e apre la porta ad ulteriori “scivolamenti”, prima di tutto e in modo drammatico al Sud, ma in ultima analisi dappertutto, tanto più nel contesto di riduzione della spesa pubblica e di privatizzazioni che viviamo. Su questa base, l’Assemblea approva i seguenti punti: 1) In questi tre mesi numerose città hanno risposto all’appello di luglio e hanno costituito Comitati di scopo per prendere iniziative locali Per il ritiro di qualunque Autonomia differenziata. Oggi è più che mai importante costituire e far vivere i Comitati di scopo, far crescere la consapevolezza che il pericolo non solo non è cessato, ma si presenta in modo più nascosto e subdolo. 2) E’ altrettanto importante individuare, instaurare e consolidare nessi con i soggetti più vari che sviluppano la propria attività in una delle 23 materie individuate dall’art. 117; senza un dialogo continuo tra sanità, istruzione, ambiente, infrastrutture, beni culturali, ricerca non si può ostacolare in maniera adeguata il progetto eversivo dell’Autonomia differenziata. La resa in uno di questi settori rappresenterebbe comunque (quand’anche i restanti fossero fatti salvi) la rovina degli altri, solo differita; e, dunque, un vulnus progressivamente allargabile all’unità della Repubblica e agli identici diritti garantiti per tutte le persone. 3) Per fornire a tutti i Comitati di scopo e a tutti i cittadini gli strumenti per comprendere il pericolo di un’Autonomia chiamata “soft”, “giusta”, “cooperativa”, “solidale”, l’assemblea decide di rendere disponibili le registrazioni di tutti gli interventi, da far circolare come contributo per le iniziative territoriali che verranno prese. 4). L’assemblea decide di chiedere al nuovo governo di ricevere una sua delegazione per poter illustrare le motivazioni per cui continuiamo a chiedere con fermezza il ritiro di qualunque progetto di Autonomia differenziata. 5) La nostra pressione sul Governo e sulle strutture organizzate che hanno l’onere e l’onore di rappresentare i lavoratori deve essere incessante, attivando anche livelli di mobilitazione regionali. Rilanciamo l’appello alla mobilitazione ai sindacati, chiedendo nuovamente un incontro alle segreterie nazionali confederali e non; al tempo stesso l’assemblea si impegna – attraverso la formazione, l’informazione, la creazione di nessi territoriali tra soggetti differenti – a propiziare in tutti i modi allarme, consapevolezza, condivisione, resistenza sul tema dell’autonomia differenziata: condizioni irrinunciabili per essere soggetto attivo nella mobilitazione diffusa che vogliamo costruire. 6) Infine, l’assemblea decide di allargare il Comitato nazionale in modo che rappresenti più categorie e territori, anche all’estero, e costituisca un vero strumento per promuovere l’unità tra i diversi settori e zone del Paese, con la consapevolezza che il minimo passo avanti sulla strada dell’Autonomia, in questo o quel settore, rappresenta un pericolo per tutti. Il Comitato nazionale terrà i contatti con i referenti territoriali dei comitati/coordinamenti/collettivi di scopo locali, provinciali, regionali, interpellandoli e coinvolgendoli sia per mail, sia tramite riunioni appositamente convocate, per il proseguimento delle iniziative e per le decisioni sulle mobilitazioni.

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