UinC -1-19

Feb 6, 2019 | | Category: Other |   | Views: 9 | Likes: 1

www.maschileplurale.it n 1 2019 ISSN 1720-4577 LA BAMBINA E LA LINGUA MATERNA Dopo tanti mesi di silenzio non turbato peraltro da richieste di parola esce un nuovo numero di Uomini in Cammino, che ha preso forma all'indomani dello scorso 25 novembre, giornata mondiale per l'eliminazione della violenza maschile sulle donne, grazie a due "temi" che si sono imposti con forza e dolcezza alla mia riflessione: la bambina e la lingua materna. Ricordo anche, con emozione che si rinnova, che sabato 24 novembre 2018 abbiamo dato vita, anche a Pinerolo, ad una manifestazione significativa e partecipata: un corteo di donne e uno di uomini, partiti da due piazze diverse della citt, si sono incontrati per proseguire poi insieme. Il momento dell'incontro, quando le donne, arrivate due minuti prima, hanno accolto con applausi gli uomini che stavano andando verso di loro, stato molto commovente. Anche per queste emozioni ringrazio gli uomini e le donne di Parma, che ci hanno offerto questo modello, e Marco Deriu che me ne ha parla- to. * * * * * Comincio dalla breve riflessione che ho condiviso durante la celebrazione di Natale con la mia comu- nit di base: "A Natale ricordiamo e celebriamo un bambino, Ges, nato nel secondo tempo della storia dell'umanit, quello del patriarcato, della cultura del dominio del padre, del maschio adulto, sull'universo che lo cir- conda e che gli d vita. Senza mai chiamarlo con quel nome, Ges ha lottato, con pratiche e parole, per abbatterlo, cercando di far capire, alle persone che incontrava, quanto sia bello e conveniente vivere nell'ordine simbolico della ma- dre, "regno dell'amore" mai escludente nei confronti di nessuno e nessuna: delle donne e dei bambini, dei lebbrosi emarginati e degli stranieri, di chi crede e di chi non crede... Invece, chi sempre stato escluso, in questo tempo del patriarcato, ieri come oggi? La donna, le donne, le bambine: sottomesse, perseguitate, ridotte all'invisibilit e al silenzio... Vi propongo, quindi, di ricordare Ges celebrando "la bambina", l'ultima fra gli ultimi, che finalmente e consapevolmente possiamo far venire al mondo, riportare alla vita e alla luce, facendola uscire anche dall'invisibilit della parola "bam- bino". Voglio ringraziare, per questa consapevolezza che mi aiutano a far crescere in me, Mario Bolognese di Padova, appassionato e misconosciuto ricercatore della "bambina"; Luisa Muraro, che mi ha accompa- gnato a capire che "regno di Dio" e "ordine simbolico della madre" sono sinonimi; e la FIDAPA, che il 25 novembre ci ha fatto conoscere la "Carta dei diritti della bambina". bp LA NUOVA CARTA DEI DIRITTI DELLA BAMBINA La versione originale della Carta dei Diritti della Bambina stata presentata ed approvata durante il Congres- so della BPW (Business & Professional Women) Europa, tenutosi a Reykjavik nel 1997, a seguito di un semi- nario tenuto da Janice Brancroft sul tema "Il futuro della bambina in Europa". E' un documento unico nel panorama della cultura di genere, redatto dalla BPW Europa a seguito della drammatica condizione femminile denunciata a Pechino nella Conferenza mondiale sulle donne del 1995. Ispirata alla Convenzione ONU sui Diritti del fanciullo del 1989, a differenza e ad integrazione di questa, che pone sullo stesso piano i due generi, la Carta dei diritti della Bambina li distingue in termini di caratteristiche e bisogni, avuto riguardo alle diverse connotazioni fisiche ed emozionali. (...) La Carta deve essere letta come una premessa fondamentale per l'affermazione e la tutela dei diritti delle don- ne fin dalla nascita. La bambina deve essere aiutata, protetta fin dalla nascita e formata in modo che possa cre- scere nella piena consapevolezza dei suoi diritti e dei suoi doveri, contro ogni forma di discriminazione. Molte Federazioni e club della BPW sono molto attivi in questa materia, e sono stati in grado di ottenere l'a- dozione della presente Carta da parte delle istituzioni locali, in forma aggiornata. (...) Il testo della Carta Ogni bambina ha il diritto: Articolo 1 Di essere protetta e trattata con giustizia dalla famiglia, dalla scuola, dai datori di lavoro anche in rela- zione alle esigenze genitoriali, dai servizi sociali, sanitari e dalla comunit. Articolo 2 Di essere tutelata da ogni forma di violenza fisica o psicologica, sfruttamento, abusi sessuali e dalla im- posizione di pratiche culturali che ne compromettano l'equilibrio psico-fisico. Articolo 3 Di beneficiare di una giusta condivisione di tutte le risorse sociali e di poter accedere in presenza di disabilit a forme di sostegno specificamente previste. Articolo 4 Di essere trattata con i pieni diritti della persona dalla legge e dagli organismi sociali. Articolo 5 Di ricevere una idonea istruzione in materia di economia e di politica che le consenta di crescere come cittadina consapevole. Articolo 6 Di ricevere informazioni ed educazione su tutti gli aspetti della salute, inclusi quelli sessuali e riprodut- tivi, con particolare riguardo alla medicina di genere per le esigenze proprie dell'infanzia e dell'adolescenza femminile. Articolo 7 Di beneficiare nella pubert del sostegno positivo da parte della famiglia, della scuola e dei servizi so- cio-sanitari per poter affrontare i cambiamenti fisici ed emotivi tipici di questo periodo. Articolo 8 Di apparire nelle statistiche ufficiali in dati disaggregati per genere ed et. Articolo 9 Di non essere bersaglio, n tanto meno strumento, di pubblicit per l'apologia di tabacco, alcol, sostanze nocive in genere e di ogni altra campagna di immagine lesiva della sua dignit. (dal sito http://www.fidapa.org) LA STORIA DELLA BAMBINA " La storia della bambina, quindi, sospesa tra descrizioni di vicende reali, collettive o individuali, e mito, fiaba e romanzo di singoli personaggi, si presenta come una galleria di scene e di ritratti che sfumano da un estremo all'altro. Tutti questi documenti attestano non solo quanto grande sia stata e sia ancora oggi - la fatica di essere bambine nei luoghi che ad esse sono stati assegnati, ma anche quale sia la fantasia che la figura della bimba ha stimolato ed alimentato. E dicono anche seppure in via affatto indiziaria - quali siano i potenziali di originalit, inventivit ribel- le, emotivit della piccola qualora i luoghi e i modi della sua pedagogia non siano quelli che da millenni sono sempre stati; qualora la custodia e la riproduzione non siano state privilegiate, e la madre e le altre donne cui la piccola stata affidata non abbiano voluto ripetere in lei, come in uno specchio, le proprie esperienze, le proprie difese, il loro proprio stile di esperienza. E' solo da una generazione che la donna ripensa alla propria infanzia da un punto di vista non meramente di accettazione o ribellione, ma conside- randola alla luce di altre storie, non ultima quella delle donne che l'hanno avuta in cura nella sua prima et, di altre infanzie, ritrovando, nelle dimensioni della soggettivit, storie reali, dove acquiescenza e ri- bellione, conformismo e creativit si sono alternati e intrecciati. Spartita tra portraits e severe prescrizioni educative, la documentazione della storia della bambina fin qui raccolta e le sue interpretazioni rivelano quanto il loro oggetto sia fragile e marginale e l'occhio che l'ha sfiorata ancor oggi distratto e irrispettoso". (Da: Egle Becchi, "I bambini nella storia", Ed. Laterza, Bari 1994). Per dare un senso non superficiale all' 11 OTTOBRE, GIORNATA MONDIALE DELLA BAMBINA, e per ogni giorno dell'anno, affinch lo sguardo verso di loro "non sia pi distratto e irrispettoso", gentilmente e ringraziando chiediamo... soprattutto alle mamme, ai padri e alle altre figure femminili e maschili di riferimento, il dono di un "rac- conto" umano, personale, sull'originalit, creativit e, dunque, diversit dell'intelligenza della bambina anche rispetto a quella del bambino. In questo contesto si intende per "intelligenza" non solo l'apprendimento e lo sviluppo cognitivo, ma oli- sticamente la personale relazione e visione del mondo, cosmo natura e animali compresi. La finalit in questa fase non quella di fare ricerca teorica, ma di portare un contributo e, dunque, rico- noscere, a partire dall'infanzia, la differenza di genere come risorsa. Crediamo infatti che far uscire la bambina dal suo " anonimato di genere e dai ruoli stereotipati", riconoscendo la sua specifica intelligenza, possa favorire un auto-cambiamento non solo del bambino, ma della stessa cultura, soprattutto maschile, verso un'identit di uomini e di donne aperta, solidaristica e includente. Mandateci dunque il materiale, anche creativo, che ritenete significativo per mettere in risalto il valore della differenza di genere nel vostro rapporto con la bambina e con il bambino. Mario Bolognese 12.6.18 (canticocreature@gmail.com) La bambina figlia della" dea dalla limpida parola" e comunica con tutti gli esseri viventi... Questa la " bambola vivente del cosmo" con cui gioca... Mentre spesso viene precocemente gravata da ruoli sessuali e... parole troppo adulte... di matrice patriarcale... Purtroppo anche da qualche madre o insegnante... Auguri a te, piccola Dea Bambina, e che la spiaggia, anche quella della vita, non ti lasci mai senza il canto delle conchiglie... E che nessuno e nessuna ti chiami pi "bambino"... (liberamente tratto da scritti di Mario Bolognese - bp) LEGGENDO "DIRE DIO NELLA LINGUA MATERNA" DI LUISA MURARO... ... ad un certo punto ho sentito il bisogno di scrivere i pensieri che mi suscitava, per seguire meglio, per aiu- tarmi a riflettere... Il libro si sviluppa nella forma di un dialogo tra due donne: una (Lucia Vantini) pone do- mande, l'altra (Luisa Muraro) risponde. I due "corni" della questione sono, ovviamente, Dio e la lingua ma- terna; e Vantini parte, giustamente, dal primo: "Il pi delle volte il nome di Dio ci imbarazza". Muraro con- divide:"Viviamo in una societ dove (...) la distinzione [tra credenti e non credenti] veicola rapporti di forza, tacite convenzioni e regole esplicite che imbrigliano la libert di pensiero e condizionano la sua espressione" e fa un esempio preciso:"penso alla Francia con la sua laicit che sfiora l'intolleranza religiosa" (p. 20). Mi venuto in mente l'incontro di molti anni fa con Carlo Papini, direttore della Claudiana, proprio sul tema della laicit, in cdb da noi: laicit rispetto delle differenze, a cominciare da quella tra donne e uomini, non omologazione e pretesa di uniformit. E continua: "gli uomini, a differenza delle donne, hanno sempre avuto almeno due vite: tra uomini e con le donne, pubblica e privata (...). Quella distinzione riassume una storia del 'tra uomini' e rispecchia uno stato di rapporti di forza di cui le donne hanno portato le conseguenze, ma non erano partecipi n responsabili (...). Ci nonostante, ci viene richiesto di starci lo stesso. (...) C'entra il modo in cui viene inteso il principio di ugua- glianza: le donne sono uguali agli uomini e godono dei loro stessi diritti. Vale a dire che le donne sono dove e come gli uomini le possono trovare. Eh no! Le donne che 'si fanno trovare' perdono quella risorsa di originali- t che il contatto con il s, chiamatelo come volete: per le mistiche era il luogo interiore dove solo Dio aveva accesso. Io lo chiamo di preferenza l'accesso alla verit soggettiva. (...) sono una donna, quello che ho da dire posso dirlo solo nella fedelt alla mia esperienza. (...) Poich siamo donne, noi abbiamo la possibilit di sot- trarci alle conclusioni della modernit semplicemente dicendo: io sono una donna, ero assente. (...) L'ulteriore libert ci ha dato uno sguardo acuto che fa vedere quello che stato cancellato del contributo femminile nel passato. (...) Ci d anche un ascolto pi fine dei testi della nostra contemporaneit (...) come pure una certa capacit di ricevere i messaggi di culture differenti senza ridurli a esotismo" (pp. 21-23). Credo di poter dire che questa "ulteriore libert" sperimentabile anche da uomini, quando cercano con convinzione di "sottrarsi alla visione patriarcale degli antichi", fatta propria, "nel farsi come nel raccontarsi", dalla "civilt moderna". Che vi sia autorit femminile in questo mondo "La posta in gioco che vi sia autorit femminile in questo mondo; intendo autorit riconoscibile e ricono- sciuta a donne dalle loro simili, in primo luogo, e riconoscibile anche da uomini. E non confusa con il potere (p. 27). Alle promesse buone per l'umanit iscritte nell'ordine economico-tecnologico-politico che la fa da padrone (...) non ci credo pi. (...) Per sfuggire al grave senso d'impotenza cui siamo ridotti dal fatto di non concepire della alternative, quella che vedo come strada aperta davanti a me l'energia politica e spirituale che si sprigionata dalle donne (e pu sprigionarsi negli uomini) con la rivolta femminista che ha cambiato i rapporti fra donne e sta cambiando quelli con gli uomini" (p. 29). Anche Augusto Cavadi al convegno cdb di Rimini ci ha proposto "spiritualit" invece di "religioni", per an- dare verso un'umanit senza gerarchie e senza muri, senza competizioni... Scrive Luisa che "molti uomini restano aggrappati a pezzi di potere, anche piccolissimi, e molte donne vagano tra le rovine del patriarcato, per la difficolt che hanno di riconoscersi autorit e per la relativa facilit che c' invece a immaginarsi di essere contro, che ci fa vedere nemici che tali non sono" (p. 29). Andare oltre, non contro... cammino spirituale e immediatamente politico: politica delle relazioni, politica delle donne, rispetto delle differenze, rispetto della personale libert, della verit soggettiva di ciascuno/a... Come la laicit, la verit soggettiva non pu essere trasformata in dogmi obbligatori per l'universo mondo, ma chiede con forza e con pazienza infinita di convivere pacificamente con tutte le altre, per quanto diverse esse siano tra loro. L'unica condizione che si riconoscano e si rispettino reciprocamente per tutta la vita. Questa la speranza di pace per l'umanit e per l'intero creato. A questo ci invita il femminismo, nato dalla rivolta delle donne al patriarcato, alimentato dal pensiero della differenza, orientato a un mondo d'amore: un "modo di stare al mondo", come lo definisce Maria Soave Buscemi, di donne e di uomini. In questo senso siamo tutte/i femministe/i! Ancora :"La libert femminile minacciata dagli uomini, non da Dio. Giuliana Sgrena sostiene il contrario e dice 'Dio odia le donne'. Non c' da meravigliarsi che possa dirlo e fa perfino bene, se consideriamo il modo in cui gli uomini hanno usato Dio. Non parlo dei fanatici, ma dei bravi uomini delle tante Chiese sparse nel mondo (p. 29). (...) La pace non un valore assoluto. Lo se pace con giustizia. (...) C' una giustizia anche delle idee (...) ed una valutazione che riguarda la verit di quell'idea non in astratto, ma come una presa di posizione in un contesto del quale fai parte anche tu. Sapere il perch soggettivo prepara alla responsabilit personale. Lo esige anche la pratica del partire da s (...). Vogliamo cambiare il mondo andando oltre l'orizzonte del falso universalismo maschile, perch l'umanit sono donne e uomini" (p. 35). Mediazioni viventi Che "l'umanit sono donne e uomini" mi appare di una evidenza lapalissiana... In realt l'umanit da mil- lenni declinata al maschile, incarnata negli uomini, nella sua componente maschile, che la vogliono dominare, tenere sottomessa alle proprie voglie e alla cultura ad esse funzionale. Per fortuna il fronte maschile non compatto ( Luisa che usa una metafora militaresca: "Il femminismo un campo di battaglia che si trova al centro di quel grande campo di battaglia costituito da una civilt che sta cambiando" p. 35). Questo cambiamento progredisce grazie alle "mediazioni viventi". Ma... come si diven- ta "mediazioni viventi"? (p. 40) Domanda cruciale, posta da Lucia Vantini. La risposta di Luisa Muraro: "Chi ha il coraggio di scommettere molto partecipa al gioco con tutto se stesso e contribuisce cos a farlo an- dare nel senso desiderato. Pi scommetti e pi ci sei in prima persona, e pi ci sei in prima persona e tanto pi alte diventano le probabilit di vincere. (...) La fede non basta, ci vuole anche la speranza" (p.42). "La verit soggettiva il migliore antidoto al narcisismo. Alla verit soggettiva ci arrivi quando tu stessa ti fai segno... quando qualcuna non si accontenta del visibile e del realizzato, ma si fa sensibile a ci che si agita nella pro- fondit del reale e nel suo stesso desiderio e che trova cos in lei un passaggio e un rilancio" (p. 43). E' quello che Clara Jourdan, anni fa ad Asolo, alla mia prima partecipazione agli incontri primaverili di I- dentit e Differenza, mi ha aiutato a capire quando le ho chiesto di spiegarmi la locuzione "mediazione ma- schile". E' quello che cerco di fare condividendo, con altri uomini, come sono capace, quello che capisco del femminismo e del pensiero della differenza. Perch con Carla ho capito la convenienza di cercare coerenza tra parole e vita di relazione. E' una responsabilit, non un peso. E' piuttosto un continuo, infinito desiderio di vedere analogo cambiamento in tutti gli uomini. A pagina 29 Luisa scrive: "Non nutro grandi illusioni", parlando delle alternative al patriarcato. Io ho in me una grande fiducia: che il cambiamento che avvenuto in me che sono solo un uomo possa avvenire in ogni altro uomo E' vero che vedo crescere il numero di uomini che stanno sottraendo il proprio consenso alla cultura patriarcale, ma troppo lentamente per il mio desiderio... Ci sarebbe un modo per accelerare un po' il processo di trasformazione del maschile: se ogni uomo "femminista" invitasse amici e conoscenti a dar vita ad un gruppo di autocoscienza maschile... "Tra l'affermazione della fine del patriarcato e la possibilit del suo essere vera, decisivo il credito femmini- le: se questo non viene pi concesso, la fine del patriarcato; se invece le donne esitano, il patriarcato perma- ne in una forma spettrale, come i morti che non trovano la strada per l'al di l". Mi sembra di capirlo sempre di pi: patriarcato il dominio maschile sulle donne, oltre che su tutto l'esistente. Se le donne si sottraggono a questo dominio, resta il capitalismo, la finanza, il consumismo... for- me nate con il patriarcato, forme del patriarcato, ma non pi il patriarcato. Certo, occorre sottrarsi anche al capitalismo, al mercato, al consumismo... Ma pi facile, con quella consapevolezza. Torniamo a Dio: "Dio c'entra come la dismisura che, dall'orizzonte del desiderio femminile, toglie di mezzo l'uomo con le sue misure e le sue proporzioni, autopromosso mediatore tra l'essere donna e l'essere di ogni cosa che " (p. 50). Nella frase precedente Luisa dice che l'uomo "per analogia si mette al posto di lei e di Dio", e in questo vedo descritto tutto l'orrore del "modo in cui gli uomini hanno usato Dio" (p. 29): issando sugli altari la"propria" dottrina su Dio, cio se stessi e le proprie elucubrazioni, il proprio desiderio smodato di pensiero e di andro- centrismo, e autonominandosi "genere umano", il maschile universale neutro. "Una donna pu stare al mondo con desideri sproporzionati alle misure dominanti e noi vogliamo che si sap- pia e si dica che le cose possono cambiare. Noi chi? Quelle impegnate in questo cambiamento. Le femministe. (...) quello che abbiamo in mente davvero sono altre misure e mercati pi vantaggiosi" (p. 51). Ed ecco un mirabile esempio di lingua materna: "Quelli che noi chiamiamo mistici e mistiche (...) sanno di Dio (...) come noi bambini sapevamo di stalla. (...) Se vogliamo ereditare i tesori della tradizione mistica, restiamo o diventiamo degne di essere state bambine" (p. 53). "Lo spirito dell'infanzia" , tra l'altro, "sapersi inadeguato e starci lo stesso, senza attrezzarsi di potere n caricarsi di ansia per voler avere il controllo sulla propria situazione (p. 55). "La tradizione mistica ha questo pregio, che veicola anche presenza umana femminile. Quelli che se ne inten- dono (quelli che riconoscono l'odore di stalla) riconoscono quella presenza come grande e impareggiabile" (p. 58). Quel "sapere di Dio come noi bambini sapevamo di stalla" bellissimo ... e non conoscere Dio, sapere che c', com', cos'ha fatto, cosa vuole, ecc... "La mistica resta nella sfera della verit soggettiva, dove il sapere fluisce senza che si possa designare un soggetto presunto sapiente e un oggetto del presunto sapere" (p. 53). Qui "sapere" un odore che ti si appiccica addosso, il tuo "s" profondo e autentico, sincero e in costante ricerca, che rispetta ogni altro "s", di cui desidera soltanto l'altrettanto costante ricerca della propria verit soggettiva. Questo flusso il liquido amniotico dell'era biofila (Mary Daly in "Quintessenza"), del regno dell'amore per la vita e per la felicit. Io non so se Dio c', se eterno, onnipotente... se amore... Ma posso scegliere che l'amore sia il mio Dio, perch l'amore lo conosco. "Le mistiche sono teologhe della lingua materna, teologhe non addomesticate. Le nostre scuole, chiese, tribu- nali, universit, parlamenti, ecc., rischiano di riempirsi di donne istruite e addomesticate. Per secoli, fino a un recente passato" gli scritti delle "teologhe non addomesticate, approssimativamente ricordate come sante o mistiche" venivano obliterati (p. 62). "Obliterare, nel significato antico, voleva dire rendere illeggibili le lette- re con cui scritta una parola, con la sfumatura di un suggestivo richiamo all'oblio, dimenticanza" (p. 63). Luisa parla di questi scritti come di "tanta ricchezza" obliterata "da parte di una cultura che pretende di regi- strare, e dovrebbe, i contributi maggiori dati alla civilt umana" (p. 62). Questa cultura Mary Daly la defini- sce "accademenzia" (in Quintessenza). E, dopo aver citato una "potente, polemica testimonianza di Hade- wijch" di Anversa nei confronti degli "uomini di Chiesa, che allora (come ora, credo) pretendevano di giudi- care le sue parole e la qualit della sua esperienza spirituale", Luisa Muraro afferma che "un'altrettanta auto- rit, nei tempi moderni, ci vorrebbe per chiedere conto dei giudizi degli storici, dei medici e competenti vari, che hanno preteso d'interpretare e giudicare l'esperienza umana femminile cos come essa si esprime, e la o- bliterano quando non si conforma ai loro modi. Chi pu darci l'autorit di sottrarci alle loro sedicenti media- zioni, in realt delle intromissioni, e ai loro giudizi basati su qualche presunta scienza oggettivante? La beghi- na (...) avrebbe potuto rispondere: Dio. La mia domanda diventa allora: chi Dio? Chi il Dio di questa don- na? Non lo so, ma tutte noi che abbiamo ascoltato lei e le sue compagne sappiamo che il loro Dio parla la lin- gua materna (...)" (p. 64). "La lingua materna una mediazione la cui potenza simbolica non consiste nella potenza concettuale, ma nella capacit di portarci nella prossimit alle cose, passando da dentro, l dove tutto cominciato" (p. 66). In una delle prime pagine Luisa dice: "dico Dio per brevit, per comodit"... E' una parola certamente breve, ma difficile, perch porta con s un immaginario enorme e reso terribilmente ingombrante dagli uomini che l'hanno inventato, codificato, dogmatizzato. Leggendo, pagina dopo pagina, ecco che Dio nelle parole di Luisa viene assumendo contorni radicalmente diversi, che sintetizza con la formula di pagina 64: "Chi Dio? Non lo so (...) ma sappiamo che parla la lingua materna" che, come tale, non ci permette di formulare concetti potenti, inconfutabili, illuminanti per sempre, ma ci porta "nella prossimit alle cose", che sono come sono; noi possiamo solo avvicinarci ad esse per conoscerle, ma la lingua materna ci accom- pagna "da dentro, l dove tutto cominciato". Sento che sono al cuore del libro, ma temo di non riuscire a cogliere il senso preciso di quest'ultima afferma- zione di Luisa. Poi ho interrogato Carla, che mi ha confermato quello che confusamente intuivo: tutto comin- cia, per ogni essere umano, nella pancia della mamma... la conoscenza delle cose e le parole per parlarne... da dentro. Lo sto chiedendo anche a Luisa... Ma certamente l dentro che ho cominciato a conoscere l'amore. Un'esperienza di felicit Riprendo la lettura e il filo del pensiero di Muraro (o, meglio, il filo di quello che capisco io del pensiero di Muraro), a cui cerco di intrecciare il mio, per farmi guidare su una pista di ricerca che non mi pi scono- sciuta del tutto: "Le amiche di Dio le beghine parlano di un'esperienza di felicit che tentano di racconta- re, mai contente del risultato, per condividerla, per insegnare come arrivarci, pur sapendo che pi facile per- derla che trovarla, una felicit la cui sorgente Dio (che non chiamano sempre cos, sebbene questo nome sia la migliore traduzione di quello che ho capito io)" (p. 69). Mi piace incontrare finalmente un discorso-narrazione sulla felicit: "Esse corrono l'avventura dell'amore che rende felici in questa vita e, per raccontarla, prendono il rischio dell'andare oltre le Scritture. Chi vive ve- ramente nel presente, va detto in generale, non pu non sporgersi, cio andare oltre quello che sicuro, ri- schiando di sbagliarsi" (p. 70). Anche questa ormai un'esperienza anche mia: da quando abbiamo capito che Ges era solo un uomo, per quanto eccezionale in quei luoghi e quei tempi, ci siamo liberati/e della paura di commettere peccato andando oltre le Scritture. Tutto va sempre oltre, nella vita del mondo, dell'umanit, delle relazioni. "Si sa, da testimonianza storiche, che le beghine predicavano il vangelo in luoghi pubblici come piazze e offi- cine (...) Nella loro presa di parola, oltre alla fede cristiana, c'entrava sicuramente lo slancio di una lingua ma- terna che, in tutta Europa, stava passando dall'oralit alla scrittura arricchendosi di una potenza espressiva di cui queste donne s'impossessarono" (pp. 69-70). "Quando parlo di una rivelazione femminile e dico che le amiche di Dio erano 'pi avanti' (...) intendo anche lo spostamento di Dio dalla parte della soggettivit che si sottrae cos, per quanto possibile, alle mediazioni oggettivanti, e guadagna libert" (p. 71). Questa libert soggettiva, che ti porta pi avanti, praticabile e praticata anche da uomini, e questo , per Luisa, "una tipica impresa del dio Spirito santo, nel quale credo e dal quale mi aspetto che promuova una presa di coscienza maschile indirizzata a far s che la maschilit, che sia per esprimersi che sia per far valere il vero e il giusto, non abbia pi bisogno di primati, esclusioni, condanne e cose di questo ge- nere" (p. 71). Condivido poi, totalmente, la sua riflessione di pagina 72:"Il messaggio cristiano non esclude nessuno (di buona volont) da niente (che sia buono)". Con una ulteriore riflessione mia: "non esclude nessuno", che sia di buona o cattiva o indifferente volont, perch l'amore vuole bene a il bene di tutti e tutte, coinvolgendo, condividendo, cercando di aiutare, di sostenere, di incoraggiare, di invitare... E' il seme che cade in qualsiasi terreno, non selezionandone alcuno. La responsabilit del terreno. Da pag. 80, con Guglielma e Maifreda, il discorso si allarga sulle eresie e sulla misoginia del clero cattolico, che nel 1300 le condanna al rogo, una da morta, l'altra da viva: "Al centro dell'eresia guglielmita c' la que- stione del posto delle donne nell'economia della salvezza, in un mondo costruito e governato da uomini. Il problema, in termini diversi ma riconoscibili, si pone tuttora ed pi che mai attuale" (p. 81). L'altro spunto importante, che colgo in queste pagine, dove scrive che "una storia delle donne vera e pro- pria, tramandata di generazione in generazione, non esiste. Capita cos che lavoriamo d'immaginazione o che diamo per certo quello che dimostrato non " (p. 88). Altri due libri che ricostruiscono la storia di donne semi-dimenticate sono "Sante Dee Martiri" di Elisa Ghig- gini e "Sovrane" di Annarosa Buttarelli: nella storia dell'umanit ci sono figure di donne che, opportuna- mente illuminate da chi ha strumenti scientifici e passione adeguata, emergono come modelli di politica altra, che da una parte "ci suggerisce di tentare qualcosa che coincide probabilmente con quello che tent Gugliel- ma: strappare la tradizione al conformismo che in procinto di sopraffarla" (p. 87), dall'altra ci indicano che " possibile", perch gi accaduto, praticare una politica altra: governare il mondo senza impossessarsene. Per questo apprezzo che Luisa chiami Guglielma "santa": santa per noi, non per i suoi assassini misogini, ovviamente. Penso anche alle "societ matriarcali" indagate scientificamente da Heide Abendroth... E sono a pag. 98, dove leggo: "Il femminismo una rete di relazioni che pu rampollare in gruppi organizzati ma non ha, esso stesso, organizzazione; i suoi 'codici' non sono scritti e si offrono a essere liberamente modi- ficati, criticati e migliorati; non ha confini n esterni n interni, io per esempio mi consideravo pi donna che femminista, adesso meno, altre altrimenti". Qui parla di "codici", ma credo che si tratti di quelle che subito dopo nomina come "pratiche", "la pi importante" delle quali, secondo lei, "quella del partire da s, insieme a quella del mettersi in relazione con l'altro da s": "Partire da s vuol dire amare la verit soggettiva e non coltivare le illusioni dell'Io, rendendo cos possibile esserci nelle cose al cento per cento, esserci grazie alla decantazione massima dell'egocentrismo..." (p. 99). Luisa donna e narra il femminismo delle donne; ma io sono sempre pi consapevole che quelle pratiche so- no importanti anche per noi uomini, perch anche noi "vogliamo cambiare non il mondo, ma la nostra rela- zione con il mondo" (p. 99). E' stato importante, secondo me, aver resistito alle critiche di femministe che ci accusavano di "scimmiottare" il femminismo e le sue pratiche, quando cominciavamo a fare nostre quelle dell'autocoscienza: partire da s ascoltare non giudicare. Fino a considerarmi femminista, grazie a Maria Soave Buscemi che mi ci ha autorizzato affermando che "femminismo un modo di stare al mondo" di uo- mini e donne senza gerarchie tra loro. In questa ottica credo di capire la citazione che Luisa fa di Mary Daly a p. 100: "Cambiare i nomi non serve se i nomi non diventeranno verbi". Il femminismo un processo, come la trasformazione del maschile in direzione femminista: e i processi sono nominati dai verbi. Trasformare il maschile per una nuova civilt delle relazioni tra uomini e donne, e tra esseri umani e il resto dell'universo, l'equivalente, secondo me, del movimento femminista di liberazione delle donne dalla cultura patriarcale. Quello che hanno in comune la volont, il desiderio di "cambiare le nostre relazioni con il mondo", di cui siamo parti, quindi di "cambiare tutte le nostre relazioni". "La lingua (...) si offre anche come dicibilit di un mondo nuovo. Ripenso alle parole con cui, nel quarto van- gelo, Ges impedisce l'esecuzione di una condanna a morte: 'Chi senza peccato...'. Non calpesta la legge mosaica, ma ne arresta il funzionamento con una frase nuova che fa appello alla verit soggettiva" (p. 101). Ed ecco come conclude il capitolo: "Una politica del simbolico che metta fine al nostro conformismo e risve- gli nelle nostre parole l'energia performante domanda di essere assecondata con un diventare, quello stesso che essa produce e promette" (p. 101). Diventare femministi/e, tutti e tutte!! Il desiderio, il desiderare Poi affronta il desiderio, il desiderare, che "letteralmente voleva dire qualcosa come: cessare di contemplare le stelle [de-sidera] in attesa di qualcosa di meglio e trasferire dentro di s le aspettative, cos da attivarsi in prima persona" (p. 103). Luisa riprende le riflessioni delle beghine del tredicesimo secolo, in particolare cita Hadewijch e Margherita Porete, che "parla di una 'morte del desiderio' che porta il personaggio di Anima in vista del paese della liber- t": "Sul desiderio ne sapevano pi loro di noi. Loro sono le protagoniste della libera ricerca di Dio, vissute sette secoli fa. Noi siamo gli europei del secolo ventesimo (...), quelli che devono fare i conti con un desi- derare che si semplificato, e rischia di perdersi, in voglia di potere, di possesso e altre derive" (...) Il segreto potrebbe essere questo: esercitarsi non a sopportare la delusione per la pochezza del risultato, e tanto meno a rinunciare, ma a trovare, nel meno, la capienza per un di pi" (pp. 106-107). Non un ragionamento facilissimo e, quando arrivo a capirlo (mi sembra), mi porta alla coscienza diverse esperienze che mi fanno partecipe di esso. Desideravo una comunit di base in cui davvero convivessero le nostre differenze, invece... Desidero che ogni uomo in cammino si faccia attivo nel dar vita a una nuovo grup- po uomini nel suo paese o quartiere, per vedere moltiplicarsi i gruppi e crescere pi rapidamente il numero di uomini che si mettono in cammino di trasformazione della propria maschilit in direzione femminista... ma un movimento lentissimo, i numeri sono ancora piccoli, il mondo continua ad andare alla deriva... Eppure, vero, non sono deluso e non rinuncio a continuare il mio cammino. Mi sembra di vivere, a volte, quanto scrive Luisa a pagina 107: "Il desiderio finalizzato all'oggetto, se non collassa nella delusione, esplo- de come un palloncino gonfiato in eccesso (sto parlando anche di economia finanziaria). Si potenzia invece il desiderio che si lascia istruire dal senso della mancanza. Esiste una politica impostata sull'economia del desiderio che non implode n esplode? Questa la scommessa di Lia Cigarini (...) che alla raccolta dei suoi rari scritti ha dato il titolo di 'La politica del desiderio'". La politica delle donne, per realizzarsi, non fa conto sul futuro Con questo desiderio di imparare a non esaurirmi nel desiderio leggo l'ultimo capitolo, che parla di 'futuro': "La politica delle donne, per realizzarsi, non fa conto sul futuro. Detto in positivo, come si fa? (...) si fa come l'acqua, che non costruisce per il futuro ma rimodella il presente nel qui e ora. (...) Il perno della (...) proposta sta nel cambiare l'immaginario del cambiamento, con l'invito a mettere il contesto prima dell'ideologia" (p. 110). Stavo per esclamare: vero, questo che si sta rivelando efficace!.. quando ho letto la frase di Luisa imme- diatamente successiva: "Oggi cresce il numero degli uomini che condividono questa concezione della politi- ca, che non fissa degli obiettivi futuri n tantomeno li fissa agli altri, ma trasforma la realt trasformando le persone coinvolte". Dicevo che questa pratica si rivela efficace, e lo confermo. Il cambiamento delle mie modalit di stare nelle relazioni con le donne si manifesta tale anche nelle mie relazioni con la natura, le risorse economiche, la fi- nanza, il lavoro, le relazioni internazionali, quelle con tutte le differenze incarnate da altri esseri viventi: con- vivialit, rispetto reciproco, ascolto, cura, cooperazione ... Non che sia facile la coerenza!... La "convivialit di tutte le differenze" mi appare sempre pi come formula efficace per la politica umana, con un limite verosimilmente invalicabile: durer tutta la vita, questa ricerca di politica efficace, tutta la vita di ogni persona e tutta la vita dell'umanit. E' quello che in comunit di base abbiamo imparato a identificare con l'evangelico "regno di Dio", che "qui e ora", tutto da realizzare nel presente quotidiano di ogni uomo e di ogni donna che lo crede possibile e si impegna a fare la sua parte. Nel presente dell'umanit. Nel presen- te di ogni giorno. Non ci sono alternative. Ma c' spazio per il futuro, suggerisce Luisa: "Precludersi l'apertura che il futuro stesso fa, anzi o pu esse- re, nella nostra mente, sarebbe una perdita secca: perdita della speranza indispensabile a sopportare quello che non si pu cambiare, a vedere prontamente il qualcosa che si pu cambiare e immaginare la presenza di risorse da risvegliare. Questo tipo di speranza m'interessa molto come virt politica. Non un rinvio del meglio al futuro, al contrario, serve alla scoperta del presente e ad accrescere la sua capienza" (p. 112). Non potremmo dirlo meglio. E, con nel cuore questa ennesima riconoscenza a Luisa, faccio mia la sua cita- zione dal vangelo di Giovanni, per la forza che ha di una profezia incalzante: "Verr un tempo ed que- sto...". La mia versione non letterale (l'originale, tradotto alla lettera, dice: 'sta venendo il tempo' ed que- sto), ma non altera il suo significato, che di esprimere, con la brevit stessa della frase, l'incidenza della cosa sperata nel presente" (p. 113). Forse quel 'verr' autorizza i preti a predicare l'aldil consolatorio per i poveri e gli afflitti... 'Sta venendo' mi parla di me, ci parla di noi, della nostra responsabilit nel farlo venire. L'aldil non dipende da noi, ma dal Dio di chi predica se stesso come suo conoscitore, interprete e rappresentante. La lingua materna mi ha insegnato quello che qualche anno fa Luisa Muraro ha messo mirabilmente in paro- le: "l'amore Dio", non 'Dio amore'. Mi costato l'accusa di ateismo da parte di un prete, ma ci non mi ha turbato il sonno. 'Se Dio maschio, il maschio Dio": parole di Mary Daly. "Se Dio amore, l'amore Dio": parole di Luisa Muraro e, da allora, mie. L'amore l'ho appreso da mamma e, camminando nella vita, cerco di liberarmi di ci che amore non : competizione, prepotenze, pigrizie, senso di superiorit, ecc. ecc... L'amore il primo e unico grande comandamento evangelico, il messaggio incarnato nelle parole e nelle pratiche di vita di un uomo, di nome Ges, che viveva, inconsapevolmente credo, nell'ordine simbolico della madre. A proposito di Ges, che era "solo un uomo", come Ratzinger (il mancato studente di Luisa): mi ha procurato un po' di disagio vederlo nominato nel libro sempre come "Ges Cristo", perch "Cristo" una qualifica assegnatagli dai suoi adoratori in attesa messianica. Se dovessimo chiamare cos tutti e tutte coloro che han- no vissuto e parlato, che vivono e parlano, come lui, quanti uomini e quante donne dovrebbero venir chiama- ti/e Cristo e Crista!? Generare il futuro Infine, voglio riflettere sul filo rosso del libro, quel "lingua materna" che mi ha tenuto con le antenne ritte durante tutta la lettura. "Dire Dio" con parole diverse da quelle della dottrina e dei dogmi ormai, per me/noi, una felice consuetudine. Con la "lingua materna" devo raddoppiare (forse non basta) l'attenzione, perch vero che anch'io sono nato da donna, ma non sono inserito nel "continuum materno" di cui parla Luisa a pagina 113: "Noi, oggi, dobbiamo affrontare il problema di sgombrare il futuro dalle macerie di spe- ranze finite male e della sua attuale, perversa, destinazione agli scopi dell'economia finanziaria. Come si fa, come facciamo? A te [Lucia Vantini] e a me la tradizione mistica suggerisce una 'facile' risposta (facilissima, direbbe maestro Eckhart). Nate donne, inserite cio nel continuum materno, possiamo liberare la prospettiva del futuro generandolo". Che cosa vuol dire "generare il futuro"? "Nei limiti delle mie possibilit, vuol dire obbedire a una richiesta dei nostri tempi che di parlare bene delle donne, dopo secoli e secoli d'iniqua maldicenza" (p. 114). Chi ha letto il suo "L'ordine simbolico della madre" pu capire meglio il senso di queste parole. A me, che donna non sono, risuona un'assonanza intima e forte, dolce e coinvolgente, con quello che da anni vado di- cendo di mia moglie Carla: la mia madre simbolica, che mi ha rimesso al mondo, mi ha rigenerato, metten- domi sulla strada di un futuro assolutamente diverso da quello che mi prospettavano i preti del seminario, i capi e i compagni della fabbrica, gli ufficiali della naja e anche i sindacalisti. E' il futuro-presente del femminismo: a me, a noi, uomini, giunga l'invito a fare nostro quel cammino, a la- sciarci guidare dalle donne che sanno smettere la competizione con gli uomini che stanno aprendo orecchie e cuore al loro invito. Assieme a loro credo che possiamo inserirci anche noi, non nel loro continuum materno, ma nel loro cammino di generazione del futuro, tenendole per mano e meritandoci il loro bacio sulla bocca: "contatto divino riservato all'amore" (p. 115). Beppe Pavan (sottolineature e grassetti sono scelte mie) IL CONGEDO MASCHILISTA Non c' solo l'orribile decreto Pillon a farci ripiombare nel medioevo culturale e dei diritti. Solo dopo un'accesa polemica col presidente dell'INPS Boeri, secondo cui la Manovra maschilista, il ministro della famiglia ha promesso di prorogare per tutto il 2019 il congedo paterno "lungo". Che poi lungo una parola grossa, infatti, solo dal 2018, dopo cinque anni di sperimentazione, il congedo paterno arrivato addirittura a cinque giorni lavorativi retribuiti al 100%. La promessa della proroga non va ovviamente di pari passo con un'altra promessa, quella di investire per il prossimo triennio oltre 300 milioni per la famiglia, tradizionale si intende, con ulteriori benefici alla maternit che acuiscono la disparit di trattamento con la paternit. D'altra parte risaputo che per il ministro l'unico compito delle donne essere mogli fedeli e sottomesse e madri che sfornano e allevano figli per la Patria. Nulla a che vedere per esempio con gli investimenti sulle pari opportunit concessi in Svezia dove i neo pap hanno a disposizione 15 giorni alla nascita, poi altri 90 giorni con uno stipendio dell'80% e infine altri 300 giorni da dividere con la madre. La cosa credo non sorprende nessuno, innanzitutto per la linea medievale di questo governo, ma anche purtroppo per l'abitudine patriarcale che ci portiamo dietro come un fardello di pensare che la cura dei figli sia un esclusivo compito materno. E hai voglia a scardinare un pensiero che perfi- no in ambienti "progressisti" duro da scalfire. Quando nell'aprile dello scorso anno ho comunicato al mio datore di lavoro la decisione di prendermi l'estate di congedo parentale, ho di fatto messo la parola fine al mio rapporto di collaborazione con l'associazione per la quale svolgevo il ruolo di educatore. Ho comunicato la mia scelta in un'equipe tumultuo- sa iniziata con un'arringa disgustosa su una collega appena entrata in maternit. La reazione della presidente dell'associazione stata io non te lo concedo e, a seguito della mia pronta risposta non sto chiedendo, sto comunicando, ha ribattuto con allora far in modo che non sia pi finanziato il tuo progetto, cos rimani senza monte ore. E in effetti, tornato dal mio congedo, ho dovuto fare i conti con la "punizione". La famiglia titolare del progetto scolastico che seguivo fatalit aveva deciso di non avvalersi pi dei nostri servizi, per cui le proposte del datore di lavoro sono state: riduzione oraria (da 38 a 15) o demansionamento e spostamento in altro comune (a 20km). Il tempo indeterminato e l'anzianit di servizio non mi hanno salvato dall'epurazione. Fortunatamente non tutto il male vien per nuocere. La scelta di prendermi il congedo era dettata da una for- te necessit, mia e quella della mia compagna. La mia necessit era, ed , quella di prendermi cura di mio fi- glio, vederlo crescere, crescere insieme a lui cercando di perdermi il meno possibile di questa fase della sua vita. Per questo motivo non ho avuto la bench minima esitazione e sono giunto a un'accordo con l'associazione, rinunciando al posto di lavoro ma con la possibilit di accedere agli ammortizzatori sociali, grazie anche ai preziosi aiuti dei compagni del sindacato ADL di Treviso. La mia compagna invece, dopo due anni di simbiosi con il pupo, sentiva forte l'esigenza di non essere un'appendice del figlio, di non essere con- siderata esclusivamente la mamma di Emiliano, di non sentirsi incatenata ad un ruolo deciso dalle tradizioni di questa societ. Gi le vedo le facce sdegnate dei lettori, i dubbi e i giudizi verso questa coppia strampalata che ha invertito i ruoli, coppia degenere con un maschio in gonna e una donna in pantaloni che mettono in crisi le profonde certezze culturali, impossibili da cambiare, che ci portiamo nel DNA. Gi le sento le vocine che dicono guar- da quello, non ha voglia di lavorare, si fa mantenere, oppure ancora guarda quella, che cattiva madre. Gi le immagino le facce sghignazzanti dei pi maligni In verit, queste vocine, questi commenti e queste facce sghignazzanti non ci toccano affatto, perch ad essere toccati sono i vostri pregiudizi non i nostri, le vostre sicurezze, non le nostre. In verit non ci interessano perch sono figli del sistema patriarcale, sistema su cui fondata la nostra societ e che porta disuguaglianze, violenza e sfruttamento. Sistema che abbiamo deciso di combattere non solo con l'attivit politica (per la verit pochina ultimamente), ma anche con una pratica quo- tidiana di buon esempio. Di questa scelta non ci vergogniamo, sebbene a volte sia molto difficile da far capi- re. Sarebbero tanti i temi da trattare, da quello della disuguaglianza tra uomo e donna sul lavoro, a quello dei diritti. Quello che mi ha colpito invece l'aspetto "culturale" di questa vicenda. Innanzitutto salta subito agli occhi il disinteresse alla questione anche in ambienti di movimento. Su questa discriminante decisione di go- verno su un'opportunit per i neo pap di per s gi fondata su una discriminazione, ci sono poche voci che protestano. In secondo luogo stato, ed tutt'ora, difficile spiegarlo e farlo accettare ad amici, parenti e cono- scenti. Dai timori economici di mia madre (Ma ce la fate con le spese?), a quelli pi improntati sull'aspetto di genere (E quindi fai il mammo?), tutto un dover dare spiegazioni e giustificazioni anche se in realt do- vrebbero essere i dubbiosi e i critici a dover dare spiegazioni dei loro commenti. Perch si, ce la facciamo co- me qualsiasi famiglia in cui, secondo la sacra tradizione, lui lavora e lei no. E no, non faccio il mammo, faccio il padre a tempo pieno perch per me non c' niente di pi bello che dedicarsi alle persone che si amano e niente di pi importante della responsabilit che mi sono preso. E s, faccio la spesa, le pulizie, le lavatrici, cucino perch non c' scritto da nessuna parte che siano compiti esclusivi di una donna. E se questa cosa vi fa ridere, forse avete talmente tanto assimilato il vostro ruolo di uomo o di donna da non accorgervi che siete di- ventati una piccola parte dell'ingranaggio del sistema patriarcale e se non siete disposti nemmeno a mettere in gioco le scelte altrui, significa che vi stanno bene queste regole non scritte. Non dico che tutti dovrebbero farlo, che giusto cos. Dico che ogni persona dovrebbe avere il diritto di farlo. Dico che ci dovrebbero essere pi diritti per le mamme e per i pap e pi tempo da poter dedicare alle cose veramente importanti. Dico che non dovrebbe scandalizzare, dico che siamo ben lontani da una concreta parit di genere non tanto per la mancanza di una legge adeguata ma per la mancanza di una predisposizione a mettere in dubbio le nostre certezze e i nostri limiti culturali. Per concludere, non va dimenticato un aspetto importante: mi rendo conto che siamo fortunati a poter pren- dere una simile decisione, perch nella maggioranza dei casi, entrambi i genitori sono costretti a lavorare, ma- gari con paghe misere e orari infami, e a lasciare la custodia e l'educazione dei propri figli ai nonni o a estra- nei. Mi rendo conto che questo sistema ci vuole incatenati a dei ruoli ben precisi e a subire decisioni e soprusi senza porsi nemmeno un dubbio. Soprattutto, mi rendo conto che ora di dire basta, che tempo di smantella- re questi castelli di convenzioni che ci rendono schiavi. Di ripensare ai nostri ruoli in questa societ perch, la storia del nostro pianeta ce lo insegna, chi non si evolve destinato all'estinzione. Christian Peverieri - 12.11.2018 (mail: peverieric@gmail.com - twitter @ChrisPeverieri) UOMINI E MEZZI UOMINI...? Nel libro di Sciascia "il giorno della civetta" il padrino mafioso Mariano esprime il suo virile rispetto per il capitano Bellodi: l'umanit, , la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz'uomini, gli omi- nicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraqu. Pochissimi gli uomini; i mezz'uomini pochi, ch mi contenterei l'umanit si fermasse ai mezz'uomini. Lei, anche se mi inchioder su queste carte come un Cristo, lei un uomo. Chiss se chi ha realizzato la campagna contro la violenza della Regione Lazio ha pensato al testo di Sciascia definendo gli uomini che agiscono violenza "mezzi uomini". Di certo non ha letto le migliaia di studi, non ha partecipato alle migliaia di convegni e seminari organizzati dai centri antiviolenza e da associazioni di donne e di uomini che da anni si battono contro la violenza. Da anni diciamo che continuare a rappresentare le donne come "vittime" schiacciarle in questo ruolo ne nega la soggettivit e l'autonomia, ripropone l'immagine di donne da porre sotto una tutela. Questa immagine la stessa che giustifica relazioni gerarchiche e di potere in cui l'uomo esercita protezione,magari "mantie- ne" economicamente e, in ragione di questo esercita un controllo e un uso della violenza legittimato da questa ideologia. E cosi gli uomini che agiscono violenza (nel polo del "carnefice" che rimuove la dimen- sione relazionale, culturale e "normale" della violenza), non vengono indicati come parte di un modello di virilit, appunto gerarchico, di una modalit di dominio nelle relazioni tra i sessi. Sono dei "devianti" dal- la norma virile di riferi

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